lunedì 24 gennaio 2011

La relazione di Nocchi all'Assemblea Provinciale - sguardo al futuro con attenzione alla nostra identità

Bravo Francesco. La condivido completamente.
A Pisa stiamo lavorando davvero bene. Confrontandoci sui temi e poi decidendo.
Molto bene l'apertura sul senso dell'Unità d'Italia e i passaggi sulle primarie che sono fondative per il nostro Partito, ma che devono partite dalla condivisione dei programmi


RELAZIONE FRANCESCO NOCCHI

Mi sembra particolarmente significativo aprire la nostra discussione di oggi con una riflessione sulle prospettive dell’Italia, a 150 anni dalla costituzione di uno Stato unitario. Dobbiamo vivere i 150 anni dell'Unità d'Italia come una possibilità di riflessione sul Paese e sulle vere ragioni dell'Unità nazionale oggi. Questo alla luce del paradosso e dell'anomalia italiana di avere una coalizione di governo (basata sull'asse Lega-Pdl) che ha fondato gran parte del proprio consenso su una ipotesi di dissoluzione del Paese (continua nel resto del post).

Anche allora il risultato unitario fu il frutto del convergere di strategie estremamente diverse e lasciò irrisolti nodi importanti di integrazione tra le diverse aree territoriali del Paese e di costruzione di un legame organico tra le masse popolari e lo Stato. Ecco: 150 anni dopo le ragioni dello stare insieme degli Italiani appaiono deboli come non mai e il declino del Paese si presenta come un rischio per nulla teorico. I rischi sono di natura politica, culturale e sociale.

Della pericolosa regressione, del rischio declino, ne abbiamo già parlato tante volte. Anche nella mia relazione al Congresso avevo elencato dati e indicato chiavi di lettura che non ripeto. Penso al tema della tenuta degli Enti Locali. Penso a quello che si muove nella società; altre ricerche uscite nei giorni scorsi hanno di nuovo posto l'accento sulla drammaticità della condizione italiana. Faccio riferimenti ai dati del rapporto Istat “Noi Italia” e per la nostra regione ai dati Irpet. Cinque dati.

1) circa il 45% dei disoccupati è in cerca di lavoro da oltre un anno;

2) l'Italia è prima in Europa per numero di ragazzi che abbandonano gli studi e non lavorano tra i 15 e i 30 anni , mentre il tasso di disoccupazione giovanile (tra i 15 e i 24 anni) è pari al 25,4%;

3) le donne occupate sono solo il 46,8% contro il 68,6% degli uomini il tasso di occupazione femminile è in costante diminuzione;

4) il lavoro nero è circa il 12% del totale;

5) in Italia ogni 100 giovani ci sono 144 anziani.


Ovviamente tutto questo incide sull'effettività del principio di uguaglianzia, sulla tenuta del sistema di welfare, sul peso gravante sugli enti locali, penso ai servizi sociali e alle politiche per la casa, ecc. Tutto questo avviene nel pieno di una fase di ridefinizione dei rapporti economici a livello delle grandi aree del mondo, e si tratta di una ridefinizione che mette pesanemente a rischio l’avvenire dell’Europa e la tenuta del suo modello sociale. In questo quadro l’Italia si presenta come il Paese che, tra quelli più importanti dell’Ue, è il meno capace di valorizzare le proprie risorse umane e di dare un futuro alle proprie giovani generazioni.

Si presenta come uno dei paesi con il livello di crescita più basso, ed il confronto con la Germania ci fa capire che il nodo non sta certo nel costo del lavoro o peggio nel livello di tutela dei diritti dei lavoratori, ma sta piuttosto nella capacità di legare il lavoro e gli investimenti al sapere, alla ricerca e all’innovazione. Invece il nostro è il solo tra i Paesi avanzati che sta disinvestendo in questi campi non solo in termini economici, ma anche con discutibili scelte legislative (Ddl Gelmini) che noi consideriamo dannose e sbagliate.

L'Italia si presenta come il Paese che ha il debito pubblico più alto dell'UE (120% del Pil, dopo che il governo Prodi, solo 2 anni fa, lo aveva lasciato al 103%). Questo in un momento in cui l'Europa tende a imporre ricette drastiche per il rientro dal debito, e in cui quindi si palesa all’orizzonte, già nel 2011, la necessità di operazioni durissime, che metterebbero a rischio forse irrimediabilmente la coesione sociale del nostro Paese se non fossero condotte secondo criteri di equità. Oppure, e sarebbe ancora peggio, ci condannerebbero a situazioni di tipo greco o irlandese.

Sta qui l’importanza dell’indicazione centrale dei più recenti discorsi del segretario nazionale Bersani: solo una politica che riduca le disuguaglianze (a partire dal prelievo fiscale e dalla necessaria redistribuzione in favore del lavoro e della produzione) e che ridia fiato al reddito e ai consumi dei ceti medi e popolari può consentire all’Italia di combinare l’indispensabile risanamento finanziario con una ripresa della crescita.

Dobbiamo però farci un discorso di verità. Quindici anni di berlusconismo hanno sfibrato il tessuto connettivo del Paese. Hanno accentuato tutti gli egoismi di tipo territoriale, categoriale, corporativo, hanno depresso i sentimenti di solidarietà, il senso civico, la disponibilità a puntare sulla ricerca di soluzioni collettive dei problemi. E tutto questo non è accaduto solo nel centrodestra. Vi pare che il Paese, dal semplice cittadino alla società civile, agli intellettuali, alla classe dirigente, mostri la giusta capacità di reazione e di indignazione rispetto alla desolante situazione in cui ci hanno fatto precipitare? A me pare proprio di no...

A tutto questo si è aggiunta negli ultimi due anni, nonostante Berlusconi disponesse sulla carta della più grande maggioranza della storia della Repubblica, la totale incapacità di concentrarsi su altri problemi che non fossero quelli personali e giudiziari del premier, stravolgendo completamente l’agenda della politica e rendendola sempre più estranea alla vita e ai sentimenti della gente. Cresce soì la disaffezione, la distanza dei cittadini dalla politica. E la situazione, dopo le ultime rivelazioni, rischia di aggravarsi ulteriormente.

Che siano stati commessi reati o meno, quello che emerge dalle carte basta e avanza per dire che il presidente del Consiglio umilia l'Italia e se ne deve andare a casa. Berlusconi deve dimettersi. Facciamo bene a chiederlo con forza. E bene hanno fatto le nostre deputate a manifestare davanti a Palazzo Chigi. Le richieste di dimissioni sarebbero scontate ovunque, in ogni altra democrazia, da parte di alleati e non. E le dimissioni seguirebbero automaticamente. Ma non qui. Ormai, come ha detto un noto editorialista, la restituzione della normalità all'Italia non passa per l'attesa che questa normalità arrivi da sé. Passa piuttosto dal riprendere comportamenti normali.

Eppure, è forte l'impressione che la gran parte degli italiani assista a questo spettacolo senza un minimo scatto di indignazione e nemmeno di riflessione. Serve un sussulto di dignità da parte di tutti. L'ha spiegato bene Rosy Bindi: anziché difendersi con gli spot televisivi, se ha il senso della dignità del ruolo che ricopre, Berlusconi si presenti dai magistrati e usi le sedi proprie per dimostrarsi innocente dal punto di vista della legge e integro da quello etico. Solo così può dimostrare di essere un premier normale. Se c'è qualcosa di anormale in Italia, infatti, citando ancora Rosy Bindi, è il potente e continuo abuso di poteri e funzioni da parte del capo del governo e la sua pretesa di immunità politica e morale. Per questo sosteniamo, già a partire da qui, l'appello delle donne del Pd. E per questo raccoglieremo 10 milioni di firme per chiedere che Berlusconi se ne vada.

Nonostate tutto questo, nonostante questa situazione, la costruzione di un'alternativa credibile al berlusconismo in Italia così come alle politiche di centrodestra in Europa, stenta moltissimo a crescere. Ed è questa la regione per cui c'è in questo momento una fase (ormai lunga) di arretramento di tutte le forme socialdemocratiche in occidente. Mancano totalmente le risposte alla sfide poste dalla globalizzazione, che consistano in un rinnovamento e rilancio del modello sociale europeo, anziché nell'accettazione del suo ridimensionamento in termini meno drastici e meno perentori di quelli proposti dalla destra. È del tutto assente una presenza politica dell'Unione Europea al di là degli aspetti di controllo sulla moneta o sulla finanza.

È del tutto assente una presenza dell'Unione Europea e delle forze progressiste anche di fronte ai pericoli e alle potenzialità enormi di un mondo che si presenta ovunque in ebollizione. Dall'Afghanistan, dove ormai quasi ogni mese si devono contare i morti nel contingente italiano, che vengono accolti (lo dico con grande dolore e dispiacere) con una disattenzione e una freddezza a cui per fortuna non eravamo abituati da un’opinione pubblica che si occupa sempre di altro. Alla Tunisia e al Nordafrica, dove un movimento di giovani che esprimono la rabbia per la loro esclusione dal futuro, dalla libertà, dalla possibilità di una vita libera e dignitosa, mette in crisi regimi corrotti e dittatoriali, e dove, se l’Europa e le forze progressiste non saranno capaci di un’interlocuzione, il rischio è che prendano il sopravvento risposte di tipo integralista.

E anche il caso Fiat ci parla di questo. Se vogliamo affrontarlo correttamente, il caso Fiat pone soprattutto a noi perché la destra non lo vive come tale, il nucleo più scottante dei problemi, quello che verte sul problema del rapporto tra politica (democratica) ed economia. Lo scrive bene Carlo Galli su Repubblica, lo ha scritto anche Pietro Ichino: questo per noi è un passaggio epocale. “E' il momento – ha scritto Galli – in cui nel tessuto della nostra democrazia, fa irruzione la globalizzazione: che si propone come l'aperto predominio delle logiche di mercato sulle logiche politiche democratiche”. È il tema, in sintesi, della globalizzazione e del rapporto tra lavoro e democrazia ed è chiaro che in epoca di globalizzazione esiste un problema di produttività a cui neppure la sinistra e le forze democratiche possono sottrarsi. Ma se il tema della produttività non si coniuga con quello della democrazia, il solo risultato è una regressione dei diritti.

In Germania, alla Volkswagen il tema se lo sono posto e lo hanno affrontato con un accordo che rilancia la produttività ma distribuisce i sacrifici, dai manager agli operai, garantendo occupazione, buoni salari e buoni prodotti. In Italia si è imposto un modello autoritario di relazioni sindacali, basato sulla scelta tra “prendere e lasciare”, tra accettare un progetto unilateralmente predisposto (che avrebbe tenuto aperto lo stabilimento di Mirafiori) e rifiutarlo (assumendosi la responsabilità di non dare un futuro all'industria dell'auto in Italia). Questo passaggio trasformerà le relazioni sociali per come le abbiamo conosciute finora. Perché scardina la strategia della concertazione inaugurata nel 1993 con Ciampi e la sostituisce con un modello autoritario, che non a caso ha effetti non solo nei rapporti tra Fiat e sindacati, ma anche tra Fiat e Confindustria.

Perché cancella l'idea del controllo sociale sull'impresa. Perché indebolisce il modello contrattuale basato sull'articolazione tra Contratto nazionale e Contratto di II° livello. E perché chiama in causa il ruolo della politica che non viene più chiamata a dare equilibrio ad una situazione complessa, a gestire le contingenze e le crisi guardando alla molteplicità degli interessi in gioco, quanto piuttosto a schierarsi, a prendere o lasciare, ad appoggiare o rifiutare una strategia, una proposta preconfezionata in nome della potenza inesorabile della globalizzazione.

Il Governo è ben contento, non ha avuto difficoltà: nessun capo di Stato o di governo al mondo avrebbe detto che la più grande azienda del Paese bene faceva a spostarsi all'estero. Berlusconi lo ha fatto in modo irresponsabile senza curarsi del danno agli interessi nazionali. E da quando è stata proposta Fabbrica Italia, si è rifiutato di aprire su questo un confronto. Anzi: prima ha negato alla Fiat quegli incentivi che ogni altro Paese del mondo ha garantito all'industria nazionale dell'auto in epoca di crisi globale. Poi ha evitato di porre in essere qualunque forma di politica industriale che tutelasse i settori strategici dell'economia nazionale di fronte alla crisi. Ha ovviamente rifiutato di svolgere una funzione di mediatore di interessi, sostenendo la Fiat per ricavare un qualche guadagno dall'isolamento della Fiom e dalle difficoltà di Confindustria.

Tutto questo conferma drammaticamente che l'economia nazionale si ritrova a fronteggiare disarmata, “sguarnita della minima tutela politica”, la contesa globale. E il peso di questa scelta, con tutto quello che significa in questo contesto globale, l'abbiamo lasciato sostanzialmente sulle spalle dei 5.000 lavoratori dello stabilimento di Mirafiori. Noi dobbiamo rispettare il voto del referendum e ringraziare quei lavoratori, tutti, quelli del sì e quelli del no. Perché con il voto di Mirafiori si sono coraggiosamente assunti tutto il peso della sopravvivenza e del rilancio dell'azienda e dello stabilimento. L'accordo, come testimonia la maggioranza finale risicata, è stato giudicato irrinunciabile ma non positivo, soprattutto là dove dispiegava pesantemente i propri effetti.

Questo risultato tiene aperto il confronto su tre punti: gli investimenti, le condizioni di lavoro e la rappresentanza (per cui è davvero necessaria una legge). I temi sono questi e il Pd deve fare la sua parte anche per aiutare le parti sociali a riallacciare un filo unitario sui nodi che il referendum lascia aperti. Con la vittoria del sì, si apre una pagina nuova che deve chiarire (finora non lo si è fatto) l'elemento di scambio tra la crescita dell'utilizzo degli impianti e della produttività del lavoro e la certezza degli investimenti (visto che su 18,8 miliardi di euro del Piano Fabbrica Italia conosciamo il destino soltanto di 2,4), dei nuovi modelli da produrre, dell'occupazione da garantire e delle scelte di non delocalizzare.

Io non so quale sarà l'effetto di questo ulteriore passaggio della vicenda Fiat sul complesso delle relazioni industriali del Paese. Vedo però che anche nel nostro territorio abbiamo un fronte, una grande questione ancora aperta (parlo della Piaggio) sulla quale dobbiamo proseguire nel percorso che ci siamo dati, anche dopo il Consiglio comunale aperto svoltosi a Pontedera, e che riguarda il tema degli investimenti, del Piano industriale, del ruolo degli stabilimenti di Pontedera, dei nuovi modelli, della centralità delle meccaniche e dell'opportunità di un investimento nella logistica.

Su questa vicenda si deve sentire il peso della politica e delle istituzioni, perché essa chiama in causa tutto il nostro territorio e che non può più essere lasciato solo sulle spalle delle organizzazioni sindacali, che hanno ripreso un positivo rapporto unitario, o peggio dei lavoratori. Io credo che molto rapidamente dobbiamo ricostituire il circolo del Pd Piaggio e indotto come luogo di confronto ed elaborazione e credo anche che si debba aprire un confronto con l'azienda in tempi rapidi.

La discussione sulla Fiat ci ripropone il tema del partito: noi siamo da tempo l’unica forza che cerca di mettere al centro dell’agenda politica il fisco, i problemi del lavoro e dell’impresa, le politiche sociali, il sapere. E non siamo mai riusciti in questi due anni a bucare il muro di gomma mediatico che Berlusconi è riuscito a creare. Indubbiamente scontiamo una difficoltà di sintesi al nostro interno che fa sì che qualunque posizione assumiamo venga sommersa dal rumore delle posizioni diverse e contrastanti che vengono immediatamente espresse dall’interno stesso del nostro partito.

Ad esempio sulla questione Fiat si è sviluppato un dibattito, come è normale che avvenga. Però quello che invece credo non sia normale è il fatto di non saper arrivare una posizione di sintesi riconosciuta. Su un tema come questo la Direzione nazionale deve esprimersi definendo il proprio giudizio sui contenuti dell'intesa, sul rispetto dell'esito del referendum e sulle cose da fare ora. Invece nel Pd non funziona così su quasi tutto. Ciascun esponente si sente autorizzato ad esprimere le proprie opinioni al di fuori delle sedi appropriate dimenticando la necessità di trovare sempre e comunque una sintesi.

In queste settimane (lo ricordava Cesare Damiano) abbiamo assistito alle più svariate prese di posizione: una richiesta di congresso anticipato, poi smentita; la convocazione di una Direzione “parallela”, promossa dai cosiddetti rottamatori; l'annuncio preventivo di un voto in dissenso rispetto al Partito sul tema del biotestamento prima ancora che se ne discutesse (Beppe Fioroni). Ma come pensiamo di andare avanti così? È una follia.

Io vedo un unico modo per uscire da questa situazione. Anzitutto valorizzare di più le esperienze del territorio, penso agli amministratori locali, per rompere quel circuito impazzito e ripiegato su sé stesso che c'è nel nostro gruppo dirigente nazionale. E poi valorizzare fino in fondo il ruolo degli organismi di discussione e di decisione istituzionalmente previsti, e cioè degli organi dirigenti del nostro partito a tutti i livelli. Questi organi devono diventare per davvero le sedi in cui si discute, senza temere il pluralismo delle posizioni, e, al tempo stesso, le sedi in cui si assumono delle decisioni, unitariamente, quando si riesce a costruire una sintesi, oppure a maggioranza, che è comunque meglio di quell’inaccettabile indistinzione che deriva dalla costante ricerca di mediazioni al minimo comune denominatore. E le posizioni che restano in minoranza avranno quella tutela che lo statuto riconosce alle minoranze, ma saranno chiaramente identificabili come tali.

La sintesi è essenziale per l'azione politica di un partito pluralista ma richiede risponibilità al confronto. “Il Pd – cito di nuovo Damiano – non deve tacere il confronto, anzi lo deve ricercare. Lo scontro è benefico se porta ad una sintesi di maggioranza da tutti riconosciuta come vincolante”. Il nemico è l'ambiguità, l'indeterminatezza, la fumosità delle schermaglie, il falso unanimismo di facciata. Tutto questo opacizza il nostro profilo. Tra l'altro, sia a livello nazionale che locale, rispetto agli schieramenti congressuali abbiamo fatto un grosso e positivo passo in avanti che consenta una vera discussione di merito e non astratta. Noi abbiamo bisogno di impegnarci in una riflessione che abbia al centro non formule astratte ma temi concreti: prima della discussione sulle alleanze (estenuante quanto inutile) è necessaria quella sui contenuti. Su questo punto io credo che oltre all'importante lavoro tematico che stiamo facendo con le Assemblee nazionali (che stiamo però socializzando poco...) si dovranno istituzionalizzare e praticare anche, su alcuni temi (penso alla questione del testamento biologico) forme nuove di partecipazione come ad esempio il referendum tra gli iscritti.

Per quanto riguarda le primarie, credo che anche qui dobbiamo riflettere. La discussione sul farle o non farle mi sembra sciocca: sono nello statuto, le abbiamo inventate noi. Però dobbiamo riformarle per preservarle. Dobbiamo riflettere sulle primarie di coalizione e su come il Pd ci partecipa: non farle diventare un terreno per incursioni altrui nel nostro campo; personalmente penso che in primarie di questo tipo il candidato del Pd possa essere uno e uno solo e debba essere il frutto di una discussione vera e di forme di verifica anche estremamente impegnative tra gli iscritti.

L'esistenza delle primarie non può però diventare, dentro il partito, l'alibi per azzerare il confronto e la discussione politica e la possibilità di ricercare candidature unitarie. Non possiamo non vedere come le primarie, non solo a livello nazionale, rischiano di degenerare diventando sempre di più un fine utile solo per l'affermazione dei singoli anziché uno strumento di democrazia. Credo che con questa legge elettorale la questione delle primarie per la scelta dei candidati al Parlamento sia ineludibile, perché solo così avremo parlamentari legati al territorio e davvero rappresentativi; questo chiama in causa inoltre l'impellenza di un cambiamento della legge elettorale regionale.

La situazione politica nazionale ci impone una scelta nettissima di strategia: se è vero che quella dell’Italia è una condizione di emergenza; se è vero che i fatti tanto sconvolgenti quanto sconfortanti di questi giorni sembrano dimostrare ulteriormente che non è più possibile mantenere un’agenda politica centrata sui problemi di Berlusconi e totalmente cieca di fonte ai problemi dell’Italia; se è vero che Berlusconi non è un avversario qualsiasi, ma propone un modello di potere plebiscitario che inquina la qualità della nostra democrazia: se tutto questo è vero, dobbiamo prenderne atto e non rispondere con l’ordinaria amministrazione.

È ordinaria amministrazione continuare a dividerci tra chi preferisce alleanze a sinistra e chi guarda al centro. Anche perché entrambe le prospettive sono inadeguate ai compiti che ci si propongono e ai rischi che corriamo. Sono pienamente possibili sia scenari di elezione anticipata, di cui non dobbiamo avere alcun timore, sia soluzioni transitorie (certo più difficili dopo il voto del 14) che puntino ad un allargamento della maggioranza alle forze del Terzo Polo: questa soluzione è possibile però solo se Berlusconi si fa da parte e non è una variabile di poco conto. In ogni caso noi dovremo riuscire a presentarci come portatori degli interessi nazionali, a giocare parallelamente con intelligenza, proprio perché lo spazio di iniziativa politica e parlamentare per le opposizioni è infinitamente maggiore dopo il voto di dicembre sulla sfiducia.

Da oggi intanto dobbiamo rispondere a quel richiamo alla mobilitazione fatto dal segretario Bersani: 10.000 gazebo, 10 milioni di firme per dire basta, per chiedergli di andarsene. Sono maturi i tempi per chiamare i cittadini e le forze politiche ad una proposta di unità nazionale: dobbiamo farla, abbiamo il dovere di farla, e di vedere chi ci sta. Non credo che questa proposta sia in contrasto con la strategia del cosiddetto “Nuovo Ulivo”, perché, a mio avviso, noi dovremmo prima costruire una solida alleanza di centrosinistra e dopo cercare di allargarla a quelle forze politiche e sociali che vogliono uscire dall'emergenza democratica. Partendo da temi concreti e da un'operazione di chiarezza con i nostro alleati naturali, Italia dei Valori e Sel.

Prima di qualsiasi discorso sulla leadership e sul modo di sceglierla bisogna sciogliere un nodo di strategia. Perché dal riconoscimento del carattere di emergenza della situazione discendono infatti precise conseguenze sulla dimensione e la natura degli schieramenti che si intendono costruire. E siccome noi siamo un soggetto politico e non un campo aperto alle incursioni e alle conquiste di chicchessia, prima si concorda con noi un programma, su questa base si costruisce una coalizione, poi si discute della leadership, da selezionare anche eventualmente con lo strumento delle primarie. Questo vale a livello nazionale come a livello locale: è inaccettabile pensare che prima si facciano le primarie, poi, a seconda di chi vince, si decide se coalizzarsi o meno e poi chi vince detta le condizioni del programma e della coalizione.

Il programma deve per forza essere innovativo. Essere oggi la forza politica che mette al centro il tema dell’eguaglianza vuol dire affrontare i temi della riforma del welfare, degli ammortizzatori sociali, delle politiche per il lavoro e della contrattazione in termini che non possono assolutamente essere la ripetizione di quello che c’era scritto nel programma dell’Unione. Vendola (figuriamoci Di Pietro) non dice nulla sui nodi programmatici, non per incapacità, ma perché se dicesse qualcosa, o perderebbe metà dei suoi fans o si precluderebbe la possibilità di qualsiasi alleanza.

Per questo si limita a ripetere in modo stanco la propria preghiera laica basata sull'invocazione delle elezioni anticipate e delle primarie come soluzione miracolistica ai problemi degli italiani. Qui c'è un punto che riguarda anche le elezioni amministrative nella nostra provincia. Noi dobbiamo prima di tutto pretendere chiarezza sui programmi, coerenza per la definizione delle alleanze con le linee strategiche di governo che ci siamo dati in questi anni, e un giudizio chiaro sulle esperienze amministrative uscenti: ci vuole un giudizio politico netto e non l'idea di un eterno nuovo inizio.

Chiedo ai segretari delle Unioni comunali davvero grande attenzione su questo, così come chiedo a tutti, a prescindere dalla scelta fatta localmente di svolgere le primarie o meno, grande solidarietà ed uno spirito profondamente unitario; nei Comuni dove ancora siamo più indietro nella definizione delle candidature chiedo uno sforzo a ricercare soluzioni unitarie privilegiando soluzioni condivise, senza arrendersi in modo notarile alla inesorabilità delle primarie.

Questo è proprio il momento in cui si deve investire al massimo sul ruolo e l’identità del Partito Democratico, sul suo profilo di forza non moderata ma riformista, sul suo ruolo di cerniera tra la sinistra e una più ampia area di forze politiche e di elettori interessati alla ripresa della crescita e alla salvaguardia della condizione di democrazia occidentale, sulla sua capacità di rappresentare, insieme al mondo del lavoro in tutte le sue componenti, settori ampi del mondo dell’impresa, delle professioni e della cultura.

Senza alcuna pretesa di autosufficienza, ma anche senza alcuna subalternità, perché è con noi, che siamo la forza più grande dell’opposizione, che si deve discutere delle condizioni politiche e programmatiche di un'alternativa, e senza imporre, o accettare insuperabili preclusioni e giochi di reciproca esclusione.
Per questo anche a Pisa proponiamo due grandi terreni di iniziativa e di lavoro a tutte le nostre organizzazioni.

Primo: una prospettiva di crescita fondata sulla qualità e l’innovazione delle produzioni, sull’equità e l’inclusione sociale, sull’affermazione dei diritti dei lavoratori anche nelle nuove condizioni di mercato, cercando di essere noi il soggetto che riesce a tenere insieme il mondo del lavoro e dell'impresa, che sono le forze davvero produttive. Il primo appuntamento è la Conferenza regionale delle lavoratrici e dei lavoratori di Pontedera del 5 febbraio.

Il secondo punto d'iniziativa è una politica per dare rappresentanza e inclusione sociale a una generazione che oggi è esclusa da tutti i meccanismi di protezione sociale e che manifesta in varie forme un'insofferenza e un disagio profondo cui noi dobbiamo dare uno sbocco politico. Forti del monito di Napolitano nel messaggio di fine anno e dell'intuizione che la Regione ha avuto con il cosiddetto “Progetto Giovani”. Su questo c'è bisogno di una iniziativa forte insieme ai Giovani Democratici.

Voglio in ultimo soffermarmi sulla situazione di grande difficoltà degli Enti locali: la legge Finanziaria e poi il Milleproroghe hanno ulteriormente aggravato una condizione di difficoltà che già avevamo denunciato al Congresso; c'è difficoltà a chiudere i bilanci dei Comuni, strozzati dal Governo a chiacchiere più federalista della storia, difficoltà con cui si inquina il rapporto tra sindaci ed elettori esponendo i primi alle pressioni crescenti delle proprie collettività, lasciandoli però privi di strumenti di intervento.

Su questo abbiamo lavorato molto, sia in termini di iniziativa pubblica che di discussione interna, sulle finalità che ci poniamo e le scelte dolorose che siamo chiamati a compiere: è deludente che qualcuno pensi di aggirare questi problemi instaurando un rapporto privilegiato con il presidente Berlusconi, eludendo il tema politico più generale e una questione minima di solidarietà.

Stiamo cominciando con il presidente ed il gruppo una discussione sul bilancio della Provincia, messa anch'essa a dura prova da tagli pesanti e da una politica di investimenti forte che abbiamo fatto negli anni; in condizioni come queste è necessario, come ha fatto la Regione, fare scelte in cui sia chiara la strategia di fondo, proprio perché le risorse sono sempre meno.

Nel gruppo abbiamo cominciato a discutere di alcune priorità:
1)Viabilità, infrastrutture, salvaguardia del territorio,
2)Edilizia scolastica,
3)Cultura e teatri,
4)Sviluppo economico e lavoro.

Il presidente si è giustamente posto l'obiettivo di trovare risorse nuove, attraverso la lotta all'evasione e la valorizzazione del patrimonio; penso che si debbano anche cercare risparmi negli Enti strumentali e nella possibilità di valorizzazione del personale interno: seguendo la linea di sobrietà e rigore tracciata dalla Regione Toscana.

Credo che si debba anche proseguire sulla strada delle gestioni associate e giocare la sfida delle Unioni dei Comuni cominciando a ragionarne seriamente nelle diverse zone della Provincia, anche alla luce delle scelte fatte dalla Regione con il bilancio.

A noi non deve far paura questa sfida, così come quella di cui si sta discutendo da un po' di una maggiore integrazione tra gli scali aeroportuali toscani.

Primo: perché la mole di investimenti messi in campo da Regione, Enti locali e dalla stessa SAT dimostrano nei fatti la forza della nostra iniziativa ed il sostegno concreto allo scalo pisano.

Secondo: perché le scelte dell'attuale management e del Patto di Sindacato che governano Sat hanno portato Pisa lì dove è oggi: una realtà da oltre 4 milioni di passeggeri, capace di accumulare un enorme vantaggio competitivo che peserà nei passaggi successivi e che è confermato dal Piano di investimenti del Galilei.

Terzo: l'adeguamento di Peretola è un'esigenza naturale, dobbiamo evitare che uno scalo che con quell'adeguamento acquisirebbe maggiore competitività, costruisca (seguendo l'interesse dei soci privati) una più stretta alleanza con Bologna spostando il baricentro del traffico aereo.

Quarto: la scelta dell'integrazione è quella che può garantire allo scalo pisano e al nostro territorio un futuro nel lungo periodo ed è una sfida che dobbiamo raccogliere perché ha una sua logica ed una sua forza industriale e non può essere affrontata con logiche di campanile. Di questo, naturalmente, continueremo a discuterne anche nella Direzione provinciale.

Noi dobbiamo essere quell'avanguardia democratica di cui oggi il Paese ha bisogno; dobbiamo lavorare per il Paese facendo le cose ho indicato e lavorare su di noi:

1) Sul tesseramento per l'anno 2011 e su una campagna seria di autofinanziamento;

2) Sulla convocazione di assemblee degli iscritti dei Circoli e degli elettori sulla situazione politica nazionale e su quelle priorità che ho provato a indicare;

3) Sulla costituzione della Conferenza delle donne;

4) Sul rafforzamento e il radicamento dei Giovani Democratici;

5) Sulla valorizzazione dei nostri Circoli e sulla costituzione di specifici Forum tematici;

6) Sulla mobilitazione proposta in modo straordinario dal segretario nazionale nelle prossime settimane.

Concludo ringraziandovi, ringraziando i componenti dell'Esecutivo provinciale e i segretari delle Unioni comunali per questi primi mesi di lavoro insieme


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venerdì 21 gennaio 2011

Il PD pisano e le prossime iniziative -ecco dove sarò presente

Pubblico di seguito le prossime inziative del PD a cui prenderò parte:


Assemblea Provinciale Pd (Venerdì 21 gennaio 2011 Ore 17-23)

Sala Auditorium del Polo Tecnologico di Navacchio (via Giuntini 13, Navacchio, Cascina)

Inizio lavori – Silvana Agueci

Relazione introduttiva di Francesco Nocchi (Segretario Provinciale Pd Pisa)

Illustrazione Prossime attività e tesseramento 2011 – Antonio Mazzeo



Il Piano Regionale di sviluppo – uno sguardo a Santa Luce

Giovedì 27 gennaio 2011 ore 21,15 (Cooperativa Pieve di Santa Luce)

dibattito sul tema "I GIOVANI NELLA TOSCANA DEL FUTURO"
Il Piano regionale di Sviluppo e i progetti per le nuove generazioni

Coordina
Stefano Bertoli (Segretario Pd Santa Luce)

Intervengono
Antonio Mazzeo (Responsabile Organizzazione Pd Pisa)
Ivan Ferrucci (Consigliere regionale Pd)




I giovani nella Toscana del futuro

Mercoledì 2 febbraio 2011 ore 21,15 (Circolo Arci di Perignano (Lari))

dibattito sul tema "I GIOVANI NELLA TOSCANA DEL FUTURO"

Coordina
Francesco Ingino (Segretario Pd Lari)

Intervengono:
Paolo Tognocchi (Consigliere regionale Pd)
Gabriele Toti (Esecutivo regionale Pd)
Antonio Mazzeo (Responsabile organizzazione Pd Pisa)
Ivan Mencacci (Sindaco di Lari)


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giovedì 20 gennaio 2011

Al via il tesseramento 2011- Obiettivo raggiungere il 35% degli iscritti 2010 nei prossimi due weekend

Apertura del tesseramento, riunione dell'Assemblea Provinciale e prossimi incontri in programma sul territorio: sono i punti da cui riprendono le attività del Partito Democratico nel nuovo anno. Ma partire dall'attualità politica nazionale è doveroso.

“In questi giorni – commenta il segretario provinciale Pd Francesco Nocchi – il mondo ci osserva e vede uno spettacolo penoso: il declino del Sultano ridicolizza le istituzioni e umilia l'Italia, a partire, come al solito, dalle donne. Di fronte ai dettagli che emergono dalle “notti di Arcore” chiunque farebbe un passo indietro.

E anche noi da Pisa chiediamo a Berlusconi di farlo un passo indietro, di dimettersi, di porre fine a questa infinita epopea al contrario che ci sta trascinando tutti a fondo. Se lo facesse, per la prima volta penserebbe al bene dell'Italia, quello che oggi è un “Paese senza”: senza guida, senza regole democratiche condivise, senza rispetto per le istituzioni, senza ripresa economica, senza strategie anticrisi, senza politiche per i giovani, e per di più costretto ad assistere a tutto questo.

Noi – aggiunge Nocchi – crediamo che la politica sia un'altra cosa ed è con questo spirito che apriamo il tesseramento e chiediamo a chi crede in un'Italia diversa di farsi avanti, perché la nostra riscossa può e deve partire dal Partito Democratico e dal suo rafforzamento”.

Tesseramento. “Non ti farà entrare in luoghi esclusivi. Ma aiuta a difendere chi è sempre escluso”: è uno degli slogan scelti dal Pd pisano per lanciare la campagna di tesseramento 2011, che prende il via in questi giorni con i circoli aperti per i prossimi due fine settimana. “Con queste aperture straordinarie – spiega il responsabile Organizzazione Antonio Mazzeo – vogliamo coinvolgere i nostri militanti e raggiungere subito il 35% del tesseramento 2010. La tessera è un valore aggiunto, un segno tangibile che chiediamo per rendere più forte il Pd”.

Assemblea Provinciale. L'Assemblea provinciale del Pd si riunirà, per la prima volta dopo il Congresso, domani dalle 17 al Polo tecnologico di Navacchio. Ai lavori dell'Assemblea, che è composta da 380 persone in rappresentanza di tutti i territori della provincia, parteciperanno il presidente della Regione Enrico Rossi e il deputato Paolo Fontanelli. “Il Pd – osserva ancora Mazzeo – è l'unico partito davvero democratico, che offre questi spazi di discussione. Tanti ci fanno la morale, ma nessuno ha il coraggio di aprire un confronto pubblico e trasparente al proprio interno”.

Appuntamenti. Nei prossimi giorni, infine, prenderà il via una serie di dibattiti pubblici con cui il Pd intende spiegare il Piano regionale di Sviluppo e il Bilancio di previsione 2011, con particolare attenzione al cosiddetto “Progetto giovani”, il pacchetto di provvedimenti a sostegno delle nuove generazioni varato dalla Regione. Appuntamento a Santa Croce il 25 gennaio, a Santa Luce il 27, a Lari il 2 febbraio, a Cascina il 3 e a Volterra il 4.


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Cosa pensa il consigliere Regionale Donzelli sulla situazione aeroporti toscani?


In Consiglio Comunale ieri hanno parlato in tanti. Erano invitati anche i consiglieri Regionali eletti nella nostra provincia. Sono intervenuti tutti eccetto uno. Il Consigliere Regionale Donzelli, fiorentino ma eletto a Pisa.Stamani ho letto i giornali ma non sono riuscito a trovare nessuna sua dichiarazioneli.

Si può sapere cosa ne pensa? Oppure è chiedere troppo?


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mercoledì 19 gennaio 2011

10-16 febbraio: una lunga settimana LUCANA a PISA

Ricco programma di iniziative da parte della nostra Associazione dei Lucani a Pisa, in particolare nella settimana dal 10 al 16 febbraio:
  • 10 dicembre: alle ore 17.00, presso l’Auditorium del Liceo Classico “Galilei” di Pisa presentazione del romanzo di Michele Battaglino (Genzano di Lucania) "La scomparsa della luna"
  • 11 febbraio: alle ore 17 presso l'Aula Magna della Sapienza a Pisa presentazione del libro "Carmine Crocco. Un brigante nella grande storia" di Ettore Cinnella (Miglionico)
  • 13 febbraio: presso il Parco di San Rossore GP di Ippica patrocinato dall'Associazione dei Lucani a Pisa con allestimenti di prodotti tipici lucani
  • 16 febbraio alle ore 21 presso il Circolo Pisanova (via Frascani 8) "Storie di Scorie", il grande spettacolo di denuncia di Ulderico Pesce

Sul sito dell'associazione, www.lucaniapisa.info, trovate tutti i dettagli e le locandine degli eventi. Un ringraziamento sentito a tutti i soci, giovani e meno giovani, che si impegnano con passione e fantasia per far scoprire anche alla comunità pisana le bellezze e la storia della nostra cara Basilicata.


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E' necessaria la fusione tra l'aeroporto di Pisa e quello di Firenze?

Mentre scrivo questa nota in consiglio Comunale stiamo discutendo, alla presenza del Presidente della Regione, del Presidente della Provincia, dei vertici della SAT e dei consiglieri regionali eletti in provincia di Pisa, del futuro del nostro Aeroporto, ponendo particolare attenzione anche ad una eventuale fusione con lo scalo di Firenze.

Dare una risposta alla domanda iniziale non è semplice. Mi sembra, a pochi giorni di distanza dal caso FIAT, che si approcci, anche in questo caso, al problema in maniera “calcistica”. Si tifa per una soluzione, piuttosto che per un'altra, senza porre attenzione al territorio, alle sue dinamiche economiche ed al mercato (una parola che spaventa ancora molti).

Invece bisogna partire da un dato di fatto. E’ necessario migliorare la sicurezza dell’Aeroporto di Peretola e quindi pensare ad una nuova pista, che potrebbe aprire nuovo mercato all’aeroporto di Firenze. Ma non bisogna avere paura della concorrenza e del mercato. La buona politica (e questo sta facendo la Regione) deve avere la capacità di creare le condizioni migliori, nel rispetto delle regole (parliamo di due Società per Azioni), di creare un polo Aeroportuale Toscano che miri a valorizzare le competenze acquisite dalle singole aziende attraverso la differenziazione dell’offerta dei voli. E’ inutile dire che le compagnie low cost vanno al Galilei e quelle di Bandiera a Peretola. Tanto alla fine decideranno sempre e solo le Società di Aeromobili. Ricordiamecolo!

Il modello dell’Aeroporto di Pisa e la capacità del suo Management (come dimostrano anche gli interventi in aula), i risultati conseguiti e la coesione dei governi locali e delle categorie economiche,sono un primo marchio di garanzia per chi volesse investire su questo territorio. Le strategie e le scelte che stiamo facendo (People Mover, allungamento pista e raccordino, canale dei Navicelli) sottolineano,infine, l’attenzione che la Regione mette verso la nostra città e la crescita del suo sistema aeroportuale. In questo quadro sono certo che abbiamo le carte in regola, pronti del tutto a questa nuova sfida.

La discussione in aula si sta facendo intensa, ed alcuni passaggi vanno anche in una direzione non totalmente concorde rispetto a quanto da me ipotizzato. Ma siamo solo all’inizio di una lunga fase di discussione. Che sono certo vedrà la città di Pisa protagonista.

A breve interverrà il Presidente Rossi…e chissà se mi smentirà!

Antonio


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martedì 18 gennaio 2011

Come ci vede il mondo dopo l'affaire Berlusconi-Ruby-prostituzione?

Leggendo stamani i giornali stranieri c'è solo da vergognarsi (basta leggere il resto del post). "In mano ad un puttaniere", "Le scelte dell'Italia le fanno le ballerine", " Berlusconi indagato per un caso di prostituzione". Il Presidente della Repubblica e perfino il Vaticano hanno detto che questa situazione crea turbamento.

Io mi vergogno per lui! Che si guardi allo specchio e si vergogni da solo
Intanto può fare un primo regalo all’Italia: DIMETTERSI


Berlusconi indagato in un caso di prostituzione”. La notizia dell’iscrizione, da parte della procura di Milano, del nome del presidente del Consiglio nel registro degli indagati per i reati di concussione e prostituzione minorile per l’inchiesta nata dal fermo dell’allora minorenne Karima “Ruby” el Mahroug fa il giro del mondo in una manciata di ore e balza sulle prime pagine dei principali siti di informazione stranieri.

In Gran Bretagna, Sky News riporta la notizia come una “Breaking News” e titola ”Il premier italiano indagato per prostituzione”. La Bbc online titola ”Berlusconi indagato per il caso della ballerina minorenne Ruby” mentre il quotidiano The Guardian già nel sottotitolo specifica che il premier ”è sospettato anche di abuso della sua posizione e di aver effettuato pressioni sulla polizia”. Anche il Financial Times, il Daily Mail e il Daily Telegraph si soffermano sulle indagini della procura milanese. E il Telegraph ricorda che la notizia giunge “il giorno dopo che la Corte costituzionale italiano ha parzialmente respinto una legge che forniva al premier l’immunità da tre processi in corso nei suoi confronti per corruzione e frode”.

In Spagna la notizia rimbalza sui principali siti di informazione nazionale. El Pais ricorda che proprio questa mattina Berlusconi ”ha affermato in tv di essere un perseguitato politico”. Il quotidiano si sofferma anche sulle pene previste per i reati per i quali è indagato il premier. Anche il sito della Abc, di El Mundo e di Publico riportano la notizia in prima pagina.

In Francia è il sito de L’Express a puntare sulle indagini nei confronti del premier mentre in Germania la notizia fa il giro del Paese e viene ripresa, tra gli altri, dal tabloid Bild, dallo Spiegel Online e dal Financial Times Deutschland, che titola: ”Indagini contro Berlusconi per l’affare ‘Bunga-bunga”’.

Negli Stati Uniti, infine, è il sito dell’Associated Press a riportare la notizia, mentre il Wall Street Journal – che si sofferma anche sulle prime reazioni dei legali del premier – titola nella sua edizione europea: ”Berlusconi indagato per un caso di prostituzione”.


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lunedì 17 gennaio 2011

Politica e Riformismo - Una bella Nota di Fabiano Corsini

Condivido poche note, ma questa di Fabiano (la trovate nel resto del post) la condivido completamente. E’ necessario davvero uno sforzo riformista evitando di pensare al passato ma guardando al futuro.

Questi sono i temi da trattare lasciando da parte le situazioni personali di Berlusconi. Ora che sappiamo che ha un “rapporto stabile d’affetto”, siamo tutti più contenti... prepariamo i confetti ma torniamo subito a pensare ai problemi dell’Italia, che sono tanti e difficili

Antonio



Il punto di forza della posizione riformista sta certamente nella sua capacità di aderire al “movimento che cambia lo stato di cose esistente”. Di essere dunque quella più adeguata all’obbiettivo di incidere sul presente per modificarlo, per renderlo più simile all’idea di un futuro migliore. All’esaurirsi del fascino dei modelli chiavi in mano di società ideali, i riformisti aggiungono la diffidenza per parole magiche che inglobano ricette miracolose, come liberismo, fiducia nel mercato, flessibilità del lavoro. Ma anche merito, competitività, ricambio generazionale: tutte parole al fine prive di significato ultimo, che troppo facilmente si prestano a divenire tasselli di raffinate e pericolose ideologie di adesione critica all’esistente e al suo movimento spontaneo.

Dieci anni fa all’ordine del giorno della agenda del cambiamento nel nostro Paese c’era la necessità di introdurre robuste iniezioni di liberalismo: svecchiare la politica; dare flessibilità al mercato del lavoro; liberare le risorse immobilizzate nelle rendite di posizione della pubblica amministrazione, degli ordini professionali, delle corporazioni. Il sindacato poteva apparire a sua volta una corporazione tra le altre, e la battaglia per la riforma del mercato del lavoro e delle relazioni sindacali pareva una battaglia importante per dare forza a tutte le altre liberalizzazioni. I partiti della sinistra, il PDS prima e poi i DS, parevano troppo lenti nel cogliere queste nuove necessità, poco permeati di cultura liberale, poco disposti ad affrancarsi dalle casamatte che costituivano le basi del consenso,ideologico, culturale, ma anche finanziario del partito e del suo sistema di alleanze.

Dieci anni fa si doveva essere riformisti, per cambiare lo stato di cose esistente; a sinistra, un vasto movimento di componenti socialiste liberali , per lo più osteggiate dalla maggioranza storica dei partiti, sostenevano un riformismo che prevedeva di introdurre contratti di lavoro più flessibili, di pari passo con la costruzione di un nuovo welfare capace di sostenere i diritti dei giovani e delle persone alle prese con “la società dei lavori”; di consegnare al mercato la gestione di servizi pubblici sempre più onerosi e meno efficienti, di pari passo con la costruzione di un sistema di “protezione” dei consumatori e di strumenti di governo (controllo e valutazione) di questi stessi servizi. Di valorizzare la funzione formativa, passando dal risultato storico del 900, la scuola di tutti, a una scuola capace di promuovere tutti, valorizzando il merito e le differenze. Di pari passo con una battaglia decisa contro la dispersione scolastica e la selezione, la nuova selezione di classe sempre in agguato.

Queste spinte riformiste in questi anni sono state respinte o gestite malamente; non interessano le colpe. Interessa oggi prendere atto ci come la situazione italiana sia profondamente mutata. Il lavoro è stato destrutturato, e i diritti dei lavoratori non hanno più luoghi fisici; i giovani sono disoccupati e senza speranza; i precari; le collaborazioni a progetto, i lavoratori interinali che nelle fabbriche fanno i bad jobs e non ne parla neppure la fiom. La fine del sindacato. La Pubblica Amministrazione allo sfascio e i servizi pubblici compressi, esternalizzati e fuori controllo. Oppure scomparsi. Una scuola che è tornata ad essere selettiva, emarginante e senza una spina dorsale che ne giustifichi la sopravvivenza. La parola merito, in queste condizioni, ha una sinistra accezione, una sorta di ghigno rivolto a persone che cercano una ragione per studiare.

Come si fa a riproporre oggi l’agenda riformista di dieci anni fa? Non c’è nessuna delle parole che erano all’ordine del giorno della nostra agenda di cambiamento che oggi,m in questa nuova situazione, non assuma un significato sinistro, impopolare, regressivo: Flessibilità? Merito? Competitività? Successo? E che dire della parola “crescita”, che è il nuovo idolum di certi progressisti che, stanchi di Carlo Marx, non hanno voglia di attardarsi neppure con Amartya Sen, certo non comunista, per il quale lo sviluppo è prima di tutto libertà?

Viviamo oggi un’epoca in cui i testimoni più anziani della vicenda politica assistono con sconcerto alla afasia della politica. Dietro la babele dei protagonismi, quello che realmente appare è una sostanziale incapacità di esprimere proposte di cambiamento; sembra abbiano avuto ragione quelli che temevano l’avvento del pensiero unico, il supermento del conflitto tramite l’annessione della critica alla ragione dominante. Che cosa altro è , se non questo, la dichiarazione di impotenza che in questi giorni ha accomunato dirigenti di destra e di sinistra davanti a un Marchionne interprete delle supreme leggi della della globalizzazione?

Fortunatamente le cose non stanno così. Il pensiero unico sta vincendo, ma non sarà la fine della storia. Tutto si muove, tutto cambia, anche nelle acque stagnanti di questo putridume. Anche nel nostro Paese.

Certo, una soluzione “in positivo” non è scritta nei destini della storia; e soprattutto, non è scritto che dalla crisi possano uscire le generazioni che vivono ora. Tutto dipenderà da noi: dalla politica. Certo, dalla politica, che deve tornare ad avere consapevolezza di essere il principale strumento con il quale gli uomini cambiano il proprio destino.

Alla FIAT ora si dovrà costruire il nuovo progetto con operai che non sono stati sconfitti; e saranno meno soli. E se ci sarà l’investimento (se la politica riuscirà a far rispettare le promesse, non illudiamoci che la FIAT le rispetti da sé), tra qualche mese gli operai saranno fortissimi; perché un miliardo investito a Torino renderà quella città e quei lavoratori più liberi di quanto non lo siano oggi. Se nel frattempo avremo ben lavorato, dalla politica potranno venire proposte di politica industriale, con le quali anche il ruolo del nostro Paese nella globalizzazione potrà essere ridisegnato.

Per costruire questi nuovi scenari, bisogna mettere in campo proposte capaci di modificare lo stato di cose esistente. E oggi, quelli tra noi che propugnano idee di socialismo liberale, non devono temere di portare l’attenzione a quella componente che in questi anni ha peso colpi. Si, la componente socialista.


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venerdì 14 gennaio 2011

Corso Socio Politico Pastorale Giovanile Pisa - un buon modo di approcciare alla politica

Ciao cari,
pubblico volentieri un interessante corso di formazione socio politica organizzato dalla Pastorale Giovanile di Pisa. Potete scaricare cliccando qui.

Mi sembra un ottimo metodo per discutere di politica ed informazione confrontandoci in maniera serena e libera su un tema difficile e per ora senza soluzione.

Io ci sarò sicuramente lunedi 17. Spero di vedervi numerosi

Antonio


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giovedì 13 gennaio 2011

L'Arsenale non può chiudere - la posizione del PD di Pisa

Il Partito Democratico di Pisa, al suo livello comunale e provinciale, esprime profonda amarezza per la difficile situazione che il Cinema Arsenale si trova ad affrontare in queste settimane.

È impensabile che una delle più preziose e attive risorse culturali della nostra città sia adesso a rischio di chiusura dopo 29 anni di attività. Grazie alla sua attività l’Arsenale costituisce da sempre un punto di riferimento fondamentale nel tessuto culturale di Pisa, tanto per gli universitari quanto per la cittadinanza, nonché uno strumento inestimabile di diffusione della cultura cinematografica tra gli studenti delle scuole superiori, grazie alle proiezioni in orario scolastico, agli interventi nelle classi e alle collaborazioni con il ricco panorama associativo pisano.

Purtroppo, nonostante il numero dei soci sia rimasto pressoché stabile nell’arco del 2010 (circa 6mila), i fondi statali a disposizione sono passati da 12mila a 3mila euro l’anno. Il finanziamento di 20mila euro che in passato Comune e Regione hanno destinato all’Arsenale e i contributi provenienti dalla Comunità Europea e dal Ministero dei Beni Culturali non riescono a far fronte a un duplice attacco che viene alla realtà delle monosale cittadine (e non solo): la concorrenza dei multisala, anch’essi fatti rientrare sotto la categoria dei cinema d’essai, e l’idea, perseguita con costanza dal governo nazionale, che il cinema in Italia costituisca un prodotto non culturale ma industriale.

Proprio la mercificazione della cultura, un prodotto che di per sé trascende le logiche del mercato, è a nostro avviso ‘culturame’. Il PD comunale e provinciale ritiene cruciale prendere una posizione forte a favore dell’Arsenale e di tutto ciò che esso ha rappresentato e rappresenta per la città di Pisa; rivolge un appello a tutta la cittadinanza a tesserarsi quanto prima o come socio ordinario o come socio sostenitore; invita le istituzioni locali a trovare le forme adatte per sostenere l'associazione nei tempi richiesti.

Partecipare e contribuire in prima persona alle attività di questo ‘gioiello’ costituisce la più autentica forma di investimento nel valore della cultura per la nostra città, e lo strumento più incisivo perché la cultura possa continuare ad avere un futuro.


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Piu controlli sugli affitti a Pisa

Durante l'odierna sessione della CUT (Conferenza Università e Territorio, di cui fanno parte Comune, Università, DSU, Rappresentanze Studentesche e invitato permanente la Provincia), ho proposto di mettere in atto azioni sinergiche tra tutti gli enti che ne fanno parte per combattere una delle maggiori forme di evasione presenti in cittò: quella dell'affitto in nero degli immobili a studenti Universitari.

L'affitto ai fuorisede è uno dei grandi motori dell'economia cittadina, un business da 60 milioni di euro, in cui i grandi proprietari fanno la parte del leone, imponendo affitti fuori mercato e molte volte non contrattualizzando i rapporti di locazione.

Potremmo recuperare diverse centinaia di migliaia di euro da riutilizzare per valorizzare spazi di aggregazione giovanile e nuovi investimenti sull'edilizia studentesca pubbliva

Poche ore dopo la proposta ho ricevuto segnali discordanti sulla proposta. Questo vuol dire che stiamo facendo davvero bene!


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mercoledì 12 gennaio 2011

150 dell'Unità d'Italia - Qual è la parola che meglio la rappresenta?‏

Su Repubblica oggi c’è un interessante sondaggio su quale sia la parola che possa rappresentare meglio i 150 anni dell’Unità d’Italia.

Io non ho dubbi. Scelgo la parola Costituzione, anche se Tricolore non mi dispiacerebbe. Quella costituzione e quel tricolore che prima Ciampi ed ora Napolitano stanno difendendo con tutte le loro forze dagli attacchi della Lega e della politica Berlusconiana e che invece devono sempre rappresentare i pilastri su cui poggia la nostra identità nazionale

E poi, da meridionale emigrato in Toscana per studio che ha deciso di viverci, non dimenticherei di sottolineare la parola Brigantaggio per mettere in risalto le questioni scottanti, dei problemi vecchi e nuovi da risolvere, della dolente questione meridionale. Con la scarsa capacità di proporre sviluppo e la relativa emigrazione

Voi invece quale parola scegliereste? Avete altre da aggiungere (io non dimenticherei DESIGN, POESIA, TELEFONO)

Avanti Italia
Antonio


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martedì 11 gennaio 2011

No alle selezioni di Miss Padania a San Miniato‏

E’ l’ennesimo segnale che la Lega avanza anche in Toscana. Una Regione che per storia, tradizione e cultura non si sente assolutamente padana. Una regione che pone al centro delle sue iniziativa politica l’integrazione e l’attenzione al sociale. Una regione che vuole attuare il federalismo fiscale con i fatti e non con le parole.

Condivido il commento di Massimo Baldacci (nel resto del post) perché coglie in pieno il senso del NO a questa iniziativa e perché deve essere un monito a noi tutti a lavorare sempre con maggiore impegno sul territorio rendendo i cittadini, i lavorati, gli imprenditori partecipi delle principali scelte che metteremo in campo.

Antonio



La Lega è "malvenuta", ecco perché

Ci sono almeno cinque motivi per cui il Pd non pensa che il territorio di San Miniato possa sentirsi orgoglioso di essere stato scelto dalla Lega per organizzarvi le selezioni di Miss Padania.

Il primo è che noi ci sentiamo toscani, italiani, europei, cittadini del mondo, tutto fuorché padani, e pensiamo che la Padania non esista, e che, anche se esistesse, non comprenderebbe la Toscana. Il territorio del comune di San Miniato ha contribuito ai processi che hanno costruito la nazione e lo Stato unitario italiano, di cui ricorre il 150esimo anniversario: il movimento culturale con cui dall’età dei Comuni all’Illuminismo l’Italia, e in particolare la Toscana hanno avuto un ruolo primario nella costruzione dell’identità europea; il Risorgimento; la resistenza antifascista. Noi ci sentiamo eredi orgogliosi di questa storia, e intendiamo valorizzarla, anche con iniziative di dibattito culturale e politico.

Il secondo è che noi pensiamo che migliorare la condizione degli ultimi sia la condizione imprescindibile per andare avanti tutti, e le posizioni di razzismo, xenofobia, esclusione sociale ci sono totalmente estranee.

Il terzo è che noi siamo davvero per dare più poteri e più risorse alle Regioni e ai Comuni, e invece Regioni e Comuni non sono mai stati così male come da quando i cosiddetti federalisti della Lega sono al governo nazionale.

Il quarto è che il ruolo della donna che manifestazioni come Miss Padania delineano, e che è perfettamente coerente con quello in cui crede Berlusconi e che comincia a stare stretto anche ad alcune ministre di questo governo, è l’esatto contrario delle idee di rispetto e valorizzazione dei diritti di ogni individuo e di eguaglianza delle opportunità tra uomo e donna in tutti i campi, a partire dalla politica, che ci animano.

Il quinto è che non ci piace il nepotismo e non abbiamo ancora capito per quali meriti non derivanti dall’ereditarietà dei geni Renzo Bossi detto “Il Trota” faccia il Consigliere Regionale in Lombardia e svolga ruoli di direzione politica nazionale in nome dei quali viene anche chiamato a presiedere questa manifestazione.

Ovviamente, per noi, essere democratici significa anche non impedire a nessuno di svolgere le proprie manifestazioni, e quindi non assumeremo e non condivideremo iniziative di boicottaggio.

Ma la nostra posizione di dissenso è chiara, netta e, crediamo, condivisa dalla maggioranza dei sanminiatesi, e abbiamo voluto esprimerla chiaramente, proprio perché non sottovalutiamo il pericolo leghista, anche se per ora non ci pare che dalle nostre parti ci siano stati sfondamenti, e intendiamo combatterlo a viso aperto, con la presenza sociale e con la battaglia ideale e culturale.

Massimo Baldacci (Segretario UC San Miniato)


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CHE SUCCEDE A ROMA? Ne parliamo a Pisa il 14 Gennaio‏

La domanda non è semplice e richiede tanta fantasia! Ascoltare dalle parole di Paolo ed Ermete le loro impressioni e le loro prospettive credo sia un buon modo per iniziare l’attività politica nel 2011.

Secondo me è necessario iniziare a definire 5/6 punti da condividere con le altre forze politiche di opposizione. Solo dopo sarà possibile parlare di alleanze! Evitiamo di far lo stesso errore del 2006: il Paese ha bisogno di noi, delle nostre idee e dei nostri valori.

La presenza di Paolo ed Ermete è un buon momento per ascoltare ma anche e soprattutto pr farsi ascoltare. Partecipiamo numerosi (il programma completo è nel resto del post)

Antonio



INIZIATIVA CHE SUCCEDE A ROMA?



La situazione politica nazionale e le prospettive della crisi: i parlamentari pisani del PD incontrano iscritti e simpatizzanti



Coordina

Andrea Ferrante, segretario Unione Comunale di Pisa



Intervengono



On. Paolo Fontanelli



On. Ermete Realacci





Venerdl 14 gennaio 2011, ore 21,30



Auditorium di Santa Croce in Fossabanda

Piazza Santa Croce, 5


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lunedì 10 gennaio 2011

No ai titoli di coda dell'Arsenale‏

Pubblico nel resto del post una nota di Chiara sul Cinema Arsenale, che condivido totalmente. Credo che nelle difficoltà devono farsi avanti gli amici piu veri e per questo chiedo agli amici della cultura e del cinema di farsi promotori verso tutti i loro contatti dell’appello di Chiara.

I Cineclub indipendenti ormai non esistono più… a Pisa l’abbiamo: non disperdiamolo! E se possiamo diamo anche un contributo economico.

Grazie per il supporto
Antonio


La mia prima tessera, persa in uno dei tanti traslochi della mia vita, risale al 1993: 15 anni, pieno liceo classico, e la gioia carbonara di sottrarre ore alla versione di latino per correre allo spettacolo delle sei e mezzo con la mia amica Laura. È lì che è maturato il mio amore per il cinema, in quella piccola sala accogliente, con quell’ingresso angusto, in quel vicoletto un po’ nascosto: una nicchia in cui ogni volta si consumava un piccolo rito di visione collettiva che non aveva niente a che spartire con la confusione delle altre sale pisane, quelle che frequentavamo con la famiglia o con i compagni di scuola.

Lì dentro sono diventata una studentessa di storia del cinema, prima ancora di entrare all’università. Lì mi rifugiavo il pomeriggio dopo aver passato la giornata a studiare in biblioteca, ritrovando le facce che avevo lasciato poco prima sugli appunti. Lì poi ho lavorato, cassiera volontaria e molto altro, innamorata del mio Arsenale e fiera di farne parte.

I cineclub indipendenti in Italia non esistono più. Negli anni gli esperimenti più importanti, come a Roma, Milano, Bologna, sono stati assorbiti dalle Cineteche o hanno chiuso. Oggi tutta l’industria cinematografica è in crisi e le monosala cittadine, spesso molto grandi perché costruite per altri flussi di pubblico, magari chiuse nel perimetro delle zone a traffico limitato dei centri storici, negli ultimi anni hanno subito una costante emorragia di spettatori.

Ma quello che è più triste è accorgersi che non sono cambiate solo le abitudini di visione degli spettatori (più bisognosi di certe comodità, impigriti dall’offerta di cinema delle tv satellitari e da schermi televisivi casalinghi sempre più mastodontici): si è irreversibilmente spenta una cultura. Quella che mi ha insegnato ad amare la visione in sala, il buio, l’esperienza collettiva, la grana della pellicola, il suono avvolgente, i volti, i corpi e i paesaggi che si facevano carne viva ben prima che il 3D ce li facesse piombare addosso. La stessa cultura che mi fa amare anche lo splendore degli effetti speciali, se goduti su un grande schermo, e che ha insegnato alla mia generazione di studenti e di spettatori che, banalmente, il cinema è bello perché è vario, perché impasta come nessun altro medium l’intrattenimento e il pensiero, perché è un’esperienza emozionale che puoi ritagliarti e cucirti addosso ogni volta che vuoi. Guardo con un po’ di tristezza agli spettatori seriali, massificati, che consumano il cinema come un qualsiasi altro rito impersonale di una società che crede di poter scegliere tutto, e invece è sempre più incanalata.

Bene. Questo pistolotto un po’ retorico e un po’ nostalgico per arrivare alla sostanza. L’Arsenale rischia seriamente di chiudere, per la prima volta in 29 anni di vita. Meno spettatori, costi vivi sempre più alti, studenti evaporati: tante cause con una sola conseguenza. Nei prossimi due mesi gli amici che gestiscono l’associazione dovranno far fronte ad una serie di scadenze fiscali e bancarie che non hanno possibilità di rinvio. Mi rifiuto di credere che possa finire così, quindi ho scelto di dare una mano, con i mezzi che conosco meglio, che sono quelli della comunicazione.

La prima cosa che potete fare, se vi siete rivisti almeno un pochino nelle mie parole, è continuare a venire al cinema, anzi, venirci una volta di più. Con questo gruppo e con altre iniziative stiamo lanciando una libera sottoscrizioneper l’Arsenale: se non avete rinnovato la tessera vi invito a farlo, sapendo che avete la possibilità di lasciare liberamente un contributo più alto, a partire dal prezzo standard di 5 euro. Fate la tessera, regalate una tessera agli amici cinefili, se ne avete.

Poi c’è la tessera "Socio sostenitore", che abbiamo pensato per chi sente di poter dare un contributo economico più sostanzioso, e che ovviamente dà grandi vantaggi: con una sottoscrizione a partire da 200 euro si ha il diritto all’ingresso gratuito illimitato, per tutto il 2011, sia all’Arsenale che al Giardino Scotto.

Se la crisi vi impedisce di dare anche un piccolo contributo economico, vi chiediamo allora un piccolo favore: passate parola. Ne abbiamo bisogno. Stiamo organizzando una festa per l’Arsenale a febbraio e anche lì partecipare, con la presenza e con il cuore più che con il portafoglio, sarà un segno molto molto gradito.

Non lasciamo che muoia uno dei presidi culturali di questa città. Io non ho ancora voglia di veder scorrere i titoli di coda. E voi?


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domenica 9 gennaio 2011

Hotel Continental, preoccupazione e contrarietà del PD di Pisa‏

Di fronte agli sviluppi negativi che sta avendo la vicenda Hotel Continental di Tirrenia – con la decisione della nuova proprietà di confermare il taglio di venti posti di lavoro – il Partito Democratico esprime forte preoccupazione e contrarietà.

Preoccupazione per la situazione dei lavoratori e delle loro famiglie colpiti da questo provvedimento in un momento estremamente difficile per l’economia nazionale.

Contrarietà per il comportamento tenuto dalla nuova proprietà nella gestione della vicenda. Nel tavolo di concertazione – che ha visto Provincia e Comune di Pisa impegnati attivamente nel ruolo di mediatori tra la società da una parte e i sindacati e i lavoratori dall’altra – la dirigenza si è contraddistinta per un atteggiamento di totale chiusura nei confronti di tutte le proposte avanzate dalle controparti.

Proposte che avevano l'obiettivo di ridurre al minimo i disagi per i lavoratori considerati in esubero e che non comportavano aggravi per la società. La scelta di procedere con l’invio delle lettere di licenziamento ci appare poi francamente immotivata dal momento che non pare essere in corso alcun processo di smobilitazione dell’azienda.

Al contrario, alcuni servizi sono stati esternalizzati, mentre è aumentato il ricorso agli straordinari e al prolungamento dei contratti a termine. Inoltre la stessa proprietà sarà protagonista di investimenti importanti sul territorio, con l’apertura dell’Hotel del Porto a Marina di Pisa e del Cosmopolitan Resort a Tirrenia.

Manifestiamo dunque tutta la nostra solidarietà e vicinanza ai lavoratori, cui prossimamente chiederemo un incontro, e auspichiamo che la vicenda, anche grazie alla mediazione della Provincia e del Comune di Pisa, possa concludersi in maniera positiva e meno traumatica.


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mercoledì 5 gennaio 2011

La mobilità urbana tra innovazione e sostenibilità

Un bell’appuntamento da non perdere!

Antonio


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L'Ass. dei Lucani a Pisa: una grande realtà di cui vado molto fiero!

E' motivo d'orgoglio per me constatare la grande crescita dell'Associazione dei Lucani a Pisa (sono stato uno dei fondatori!), che in un anno e mezzo di vita ha già svolto tante manifestazioni e iniziative di alto livello (visita il sito dell'associazione), e si è fatta apprezzare da tutta la comunità locale pisana.

Su Mondo Basilicata, una rivista ufficiale della Regione Basilicata, si sono accorti di noi e ci hanno dedicato un bell'articolo, contenente anche alcuni profili dei tanti soci che si sono fatti strada a Pisa (questo è il mio).

Vi invitiamo a seguirci sempre: anche il 2011 sarà pieno di sorprese e grandi manifestazioni


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domenica 2 gennaio 2011

Risposta all'Editoriale della Nazione - Pisa o New Bronx?‏

Pubblico nel resto del post la bella risposta del mio collega Marco Bani ad una delle tante provocazioni del caporedattore della Nazione crocana di Pisa, che descrive la città in maniera totalmente lontana dalla realtà. Pisa è una città dove si vive ancora molto bene, in cui si incontrano storie e tradizioni diverse, dove si ha ancora la possibilità di sperare in un futuro migliore.

Dipingerla in maniera cosi sbagliata vuol dire fare del male alla nostra città

Grazie Marco per la bella risposta
Antonio


Nuovo anno, nuovi editoriali, stesso vecchio sistema. E’ domenica ed è tempo di commenti. Su “La Nazione” la responsabile della cronaca locale, Valeria Caldelli, attacca nuovamente il PD pisano. Un copione già visto. Una linea di fuoco continua, costante, che colpisce indistintamente partito e amministrazione. Capisco che i giornali ormai siano per la maggior parte ramificazioni di un disegno politico, ma la delusione è ancora forte. E’ straziante vedere come la stampa sia sempre libera, ma non più “serena”, perchè sempre pronta a commentare e spesso a fomentare l’odio, i pettegolezzi e i sentimenti più negativi.

Nell’editoriale di oggi si parla di una Pisa ormai allo sbando, trasformata in una deserta località del Far West, dove le pistole e i coltelli regnano sovrani. I malfattori sono dietro ogni angolo, pronti a colpire anche alla luce del sole. L’anarchia è padrona, il mercato delle armi non è mai stato così fiorente. Attento te, temerario che vuoi andare in Corso Italia a fare shopping, ricordati di levarti anello e orologio, per non incorrere in sicuri accoltellamenti. E te, madre che devi comprare il latte al negozio di alimentari sottocasa, desisti dall’intento, non vorrai mica subire delle violenze? Pisani, state in casa, non uscite scaldatevi sopra le vostre poltrone guardando della sana televisione, nella sicurezza delle vostre pareti domestiche. Ma non scordatevi di tenere il ferro a portata di mano, l’irruzione da parte di rapinatori assassini può avvenire in ogni momento. Turisti, non venite a Pisa, dove accanto all’Arno, scorrono fiumi di cocaina, eroina e altre droghe sintetiche dalle sigle più strane. Scappate, e non dire che non vi avevamo avvisato. All’ingresso della città campeggiano nuovi cartelli: ”Per me si va ne la città dolente, per me si va ne l’etterno dolore, per me si va tra la perduta gente. Lasciate ogni speranza o voi che entrate”.

Io questa Pisa sinceramente non la conosco. Mi domando se la Nazione ha dei dati recenti sul reale numero dei crimini effettuati a Pisa, perchè mi risulta che gli ultimi dati rilasciati dalla Questura sono del 2009, dove denunce (-3,4%), furti in casa (-18%) e i borseggi (-19%) erano in numero ridotto rispetto all’anno precedente. Se ci sono dati recenti vi prego smentitemi, altrimenti potrei pensare che tutta questa descrizione di Pisa novella Gomorra sia realizzata sulla percezione piuttosto che da dati empirici. Ma può un giornale, che dovrebbe disegnarci la realtà, basarsi sulle sensazioni e impressioni, soprattutto quando esprime giudizi?

Mi domando inoltre se la giornalista legge il suo stesso giornale perchè, prendendo in giro il sondaggio commissionato dal Pd pisano, dice “qualcosa che non torna deve pur esserci se nell’arco del 2009 tutti le città toscane hanno visto incrementare i propri abitanti, mente Pisa è stata l’unica a registare la significativa riduzione di 1742 unità (dati Wikipedia segnalati da un lettore)”. Ma come? Solamente due settimane fa, sulle pagine di quello stesso giornale, a firma di Antonia Casini, un articolo sottolineava come Pisa stia recuperando gli abitanti (saliti a quota 91.069 nel 2009 rispetto ai 90.709 del 2008). Può un giornale basarsi su notizie fornite da un lettore, senza nemmeno verificarne l’attendibilità o la fonte?

Per costruire la sicurezza occorrerebbe agire con una visione lunga. Disporre di valori forti. Servirebbero attori politici e sociali disposti a lavorare insieme. In nome del “bene comune”. Pronti a investire sul futuro. Mentre ora domina il marketing. Trionfa il mercato della paura. La percezione come strumento politico per attaccare e terrorizzare. Come strumento per far aumentare le vendite.

Che l’angoscia sia con voi, io me ne esco fuori. E sono così coraggioso da lasciare il giubbotto antiproiettili a casa.


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sabato 1 gennaio 2011

Buon Anno a tutti - Grazie Presidente Napolitano‏

1-1-11: Il numero 1 fa da padrone a questo inizio d’anno. Ed il mio post n.1 vuol essere un tributo al messaggio di auguri di Fine Anno del cittadino n.1 Giorgio Napolitano.

Ieri sera sentendo le sue parole mi sono commosso (le trovate nel video o nel resto del post). Era tanto che non mi succedeva! Le parole di Napolitano sono state una Lode alla Democrazia. Uno dei discorsi pubblici più belli che io abbia mai ascoltato. Lucido, deciso, nobile, innovativo. Uno stile ineccepibile e moderno.

Stamani ho voluto rivedere il video del suo messaggio di fine anni agli italiani e nei suoi occhi ho visto tanta sofferenza (specialmente mente parlava dei malesseri dei giovani), ma anche tanto coraggio. Il coraggio di chi indica una strada irta di difficoltà ma anche con tante risorse. Prime fra tutte quelle giovanili che devono essere messe al centro delle politiche di sviluppo “se non apriamo a questi ragazzi nuove opportunità, la democrazia è in scacco”.

Ma Napolitano, di fronte alle pesanti difficoltà del Paese, non solo economiche, richiama tutti, politica e istituzioni per primi, ma anche i singoli cittadini: “ognuno deve fare la sua parte, guardare avanti con realismo e fiducia, cogliere l’occasione per uscire dall’abituale frastuono e da ogni calcolo tattico”.

Un discorso cosi bello che dovrebbe essere stampato in milioni di copie ed inviato a tutte le famiglie italiane. Dovrebbe essere il punto di ripartenza in tutte le scuole, le Università, i luoghi di lavoro. Dovrebbe essere riletto da tutti i nostri amministratori pubblici e privati. Dovrebbe diventare l’obiettivo vero di tutti.

Per la prima volta da tanti anni i richiami del capo dello Stato convincono tanto la maggioranza quanto l’opposizione: l’allarme sui giovani e la richiesta di sforzi condivisi per assicurare un futuro alle nuove generazioni suscitano un coro di consensi.

Mi domando: riuscirà la politica a cogliere la “lezione” di Napolitano? Riusciranno gli italiani a raccogliere la sfida lanciata dal capo dello Stato? Oppure tra una settimana tutti dimenticheremo la linea maestra tracciata dal nostro Presidente e torneremo a vivere di tatticismi e anzi torneremo a far morire l’Italia?



BUON ANNO A TUTTI
Antonio








Il testo integrale del messaggio
di fine anno del Presidente

Buona sera e Buon Anno a voi tutti, italiane e italiani di ogni generazione. Non vi stupirete, credo, se dedico questo messaggio soprattutto ai più giovani tra noi, che vedono avvicinarsi il tempo delle scelte e cercano un'occupazione, cercano una strada. Dedico loro questo messaggio, perché i problemi che essi sentono e si pongono per il futuro sono gli stessi che si pongono per il futuro dell'Italia.

Incontrando di recente, per gli auguri natalizi, i rappresentanti del Parlamento e del governo, delle istituzioni e dei corpi dello Stato, ho espresso la mia preoccupazione per il malessere diffuso tra i giovani e per un distacco ormai allarmante tra la politica, tra le stesse istituzioni democratiche e la società, le forze sociali, in modo particolare le giovani generazioni. Ma non intendo tornare questa sera su tutti i temi di quell'incontro. Ribadisco solo l'esigenza di uno spirito di condivisione - da parte delle forze politiche e sociali - delle sfide che l'Italia è chiamata ad affrontare; e l'esigenza di un salto di qualità della politica, essendone in giuoco la dignità, la moralità, la capacità di offrire un riferimento e una guida.

Ma a questo riguardo voi che mi ascoltate non siete semplici spettatori, perché la politica siete anche voi, in quanto potete animarla e rinnovarla con le vostre sollecitazioni e i vostri comportamenti, partendo dalle situazioni che concretamente vivete, dai problemi che vi premono.

Siamo stati anche nel corso di quest'anno 2010 dominati

dalle condizioni di persistente crisi e incertezza dell'economia e del tessuto sociale, e ormai da qualche tempo si è diffusa l'ansia del non poterci più aspettare - nella parte del mondo in cui viviamo - un ulteriore avanzamento e progresso di generazione in generazione come nel passato. Ma non possiamo farci paralizzare da quest'ansia : non potete farvene paralizzare voi giovani. Dobbiamo saper guardare in positivo al mondo com'è cambiato, e all'impegno, allo sforzo che ci richiede. Che esso richiede specificamente e in modo più pressante a noi italiani, ma non solo a noi: all'Europa, agli Stati Uniti. Se il sogno di un continuo progredire nel benessere, ai ritmi e nei modi del passato, è per noi occidentali non più perseguibile, ciò non significa che si debba rinunciare al desiderio e alla speranza di nuovi e più degni traguardi da raggiungere nel mondo segnato dalla globalizzazione.

E innanzitutto è conquista anche nostra, è conquista della nostra comune umanità il rinascere di antiche civiltà, il travolgente sviluppo di economie emergenti, in Asia, in America Latina, in altre regioni - anche in Africa ci si è messi in cammino - rimaste a lungo ai margini della modernizzazione. E' conquista della nostra comune umanità il sollevarsi dall'arretratezza, dalla povertà, dalla fame di centinaia di milioni di uomini e donne nel primo decennio di questo nuovo millennio. Paesi e popoli con i quali condividere lo slancio verso un mondo globale più giusto, più comprensivo dell'apporto di tutti, più riconciliato nella pace e in uno sviluppo davvero sostenibile.

E' in effetti possibile un impegno comune senza precedenti per fronteggiare le sfide e cogliere le opportunità di questo grande tornante storico. Siamo tutti chiamati a far fronte ancora alla sfida della pace, sempre messa a dura prova da persistenti e ricorrenti conflitti e da cieche trame terroristiche : della pace e della sicurezza collettiva, che esigono tra l'altro una nuova assunzione di responsabilità nella Comunità Internazionale da parte delle grandi potenze emergenti. Siamo chiamati a cogliere le opportunità di un processo di globalizzazione tuttora ambiguo nelle sue ricadute sul terreno dei diritti democratici e delle diversità culturali, ed estremamente impegnativo per continenti e paesi - l'Europa, l'Italia - che tendono a perdere terreno nell'intensità e qualità dello sviluppo.

Ecco, da questo scenario non possono prescindere i giovani nel porsi domande sul futuro. Non possono porsele senza associare strettamente il discorso sull'Italia e quello sull'Europa, senza ragionare da italiani e da europei. Molto dipenderà infatti per noi dalla capacità dell'Europa di agire davvero come Unione: Unione di Stati e di popoli, ricca della sua pluralità, e forte di istituzioni che sempre meglio le consentano di agire all'unisono, di integrarsi più decisamente. Solo così si potrà non solo superare l'attacco all'Euro e una insidiosa crisi finanziaria nell'Eurozona, ma aprire una nuova prospettiva di sviluppo dell'economia e dell'occupazione nel nostro continente, ed evitare il rischio della sua irrilevanza o marginalità in un mondo globale che cresca lontano da noi. Sono convinto che questa sia una verità destinata a farsi strada anche in quei paesi europei in cui può serpeggiare l'illusione del fare da soli, l'illusione dell'autosufficienza.

Pensare con positivo realismo in termini europei equivale a non illuderci, in Italia, di poter sfuggire agli imperativi sia della sostenibilità della finanza pubblica sia della produttività e competitività dell'economia e più in generale del sistema-paese. D'altronde, sono convinto che quando i giovani denunciano un vuoto e sollecitano risposte sanno bene di non poter chiedere un futuro di certezze, magari garantite dallo Stato, ma di aver piuttosto diritto a un futuro di possibilità reali, di opportunità cui accedere nell'eguaglianza dei punti di partenza secondo lo spirito della nostra Costituzione.

Nelle condizioni dell'Europa e del mondo di oggi e di domani, non si danno certezze e nemmeno prospettive tranquillizzanti per le nuove generazioni se vacilla la nostra capacità individuale e collettiva di superare le prove che già ci incalzano. Tanto meno, ho detto, si può aspirare a certezze che siano garantite dallo Stato a prezzo del trascinarsi o dell'aggravarsi di un abnorme debito pubblico. Quel peso non possiamo lasciarlo sulle spalle delle generazioni future senza macchiarci di una vera e propria colpa storica e morale.Trovare la via per abbattere il debito pubblico accumulato nei decenni ; e quindi sottoporre alla più severa rassegna i capitoli della spesa pubblica corrente, rendere operante per tutti il dovere del pagamento delle imposte, a qualunque livello le si voglia assestare. Questo dovrebbe essere l'oggetto di un confronto serio, costruttivo, responsabile, tra le forze politiche e sociali, fuori dall'abituale frastuono e da ogni calcolo tattico.

Ma affrontare il problema della riduzione del debito pubblico e della spesa corrente, così come mettere mano a una profonda riforma fiscale, vuol dire compiere scelte significative anche se difficili. Si debbono o no, ad esempio, fare salve risorse adeguate, a partire dai prossimi anni, per la cultura, per la ricerca e la formazione, per l'Università? Che questa scelta sia da fare, lo ha detto il Senato accogliendo espliciti ordini del giorno in tal senso prima di approvare la legge di riforma universitaria. Una legge il cui processo attuativo - colgo l'occasione per dirlo a coloro che l'hanno contestata - consentirà ulteriori confronti in vista di più condivise soluzioni specifiche, e potrà essere integrato da nuove decisioni come quelle auspicate dallo stesso Senato.

Occorre in generale individuare priorità che siano riferibili a quella strategia di più sostenuta crescita economico-sociale che per l'Italia è divenuta - dopo un decennio di crescita bassa e squilibrata - condizione tassativa per combattere il rischio del declino anche all'interno dell'Unione Europea.

Vorrei fosse chiaro che sto ragionando sul da farsi nei prossimi anni ; giudizi sulle politiche di governo non competono al Capo dello Stato, ma appartengono alle sedi istituzionali di confronto tra maggioranza e opposizione, in primo luogo al Parlamento.

E vorrei fosse chiaro che parlo di una strategia, e parlo di priorità, da far valere non solo attraverso l'azione diretta dello Stato e di tutti i poteri pubblici, ma anche attraverso la sollecitazione di comportamenti corrispondenti da parte dei soggetti privati. Abbiamo, così, bisogno non solo di più investimenti pubblici nella ricerca, ma di una crescente disponibilità delle imprese a investire nella ricerca e nell'innovazione. Passa anche di qui l'indispensabile elevamento della produttività del lavoro : tema, oggi, di un difficile confronto - che mi auguro evolva in modo costruttivo - in materia di relazioni industriali e organizzazione del lavoro.

Reggere la competizione in Europa e nel mondo, accrescere la competitività del sistema-paese, comporta per l'Italia il superamento di molti ritardi, di evidenti fragilità, comporta lo scioglimento di molti nodi, riconducibili a riforme finora mancate. E richiede coraggio politico e sociale, per liberarci di vecchie e nuove rendite di posizione, così come per riconoscere e affrontare il fenomeno di disuguaglianze e acuti disagi sociali che hanno sempre più accompagnato la bassa crescita economica almeno nell'ultimo decennio.

Disuguaglianze nella distribuzione del reddito e della ricchezza. Impoverimento di ceti operai e di ceti medi, specie nelle famiglie con più figli e un solo reddito. E ripresa della disoccupazione, sotto l'urto della crisi globale scoppiata nel 2008.

Gli ultimi dati ci dicono che le persone in cerca di occupazione sono tornate a superare i due milioni, di cui quasi uno nel Mezzogiorno ; e che il tasso di disoccupazione nella fascia di età tra i 15 anni e i 24 - ecco di nuovo il discorso sui giovani, nel suo aspetto più drammatico - ha raggiunto il 24,7 per cento nel paese, il 35,2 nel Mezzogiorno e ancor più tra le giovani donne. Sono dati che debbono diventare l'assillo comune della Nazione. Se non apriamo a questi ragazzi nuove possibilità di occupazione e di vita dignitosa, nuove opportunità di affermazione sociale, la partita del futuro è persa non solo per loro, ma per tutti, per l'Italia : ed è in scacco la democrazia.

Proprio perché non solo speriamo, ma crediamo nell'Italia, e vogliamo che ci credano le nuove generazioni, non possiamo consentirci il lusso di discorsi rassicuranti, di rappresentazioni convenzionali del nostro lieto vivere collettivo. C'è troppa difficoltà di vita quotidiana in diverse sfere sociali, troppo malessere tra i giovani. Abbiamo bisogno di non nasconderci nessuno dei problemi e delle dure prove da affrontare : proprio per poter suscitare un vasto moto di energie e di volontà, capace di mettere a frutto tradizioni, risorse e potenzialità di cui siamo ricchi. Quelle che abbiamo accumulato nella nostra storia di centocinquant'anni di Italia unita.

Celebrare quell'anniversario, come abbiamo cominciato a fare e ancor più faremo nel 2011, non è perciò un rito retorico. Non possiamo come Nazione pensare il futuro senza memoria e coscienza del passato. Ci serve, ci aiuta, ripercorrere nelle sue asprezze e contraddizioni il cammino che ci portò nel 1861 a diventare Stato nazionale unitario, ed egualmente il cammino che abbiamo successivamente battuto, anche fra tragedie sanguinose ed eventi altamente drammatici. Vogliamo e possiamo recuperare innanzitutto la generosità e la grandezza del moto unitario : e penso in particolare a una sua componente decisiva, quella dei volontari. Quanti furono i giovani e giovanissimi combattenti ed eroi che risposero, anche sacrificando la vita, a quegli appelli per la libertà e l'Unità dell'Italia! Dovremmo forse tacerne, e rinunciare a trarne ispirazione? Ma quello resta un patrimonio vivo, cui ben si può attingere per ricavarne fiducia nelle virtù degli italiani, nel loro senso del dovere comune e dell'unità, e nella forza degli ideali.

Ed è patrimonio vivo quello del superamento di prove meno remote e già durissime, come il liberarci dalla dittatura fascista, il risollevarci dalla sconfitta e dalle distruzioni dell'ultima guerra, ricostruendo il paese e trovando l'intesa su una Costituzione animata da luminosi principi. No, nulla può oscurare il complessivo bilancio della profonda trasformazione, del decisivo avanzamento che l'Unità, la nascita dello Stato nazionale e la sua rinascita su basi democratiche hanno consentito all'Italia. Di quel faticoso cammino è stato parte il ricercare e stabilire - come ha voluto sottolineare ancora di recente il Pontefice, indirizzandoci un pensiero augurale che sentitamente ricambio - "giuste forme di collaborazione fra la comunità civile e quella religiosa".

Sono convinto che nelle nuove generazioni sia radicato il valore dell'unità nazionale, e insieme il valore dello Stato unitario come presidio irrinunciabile nell'era del mondo globale. Uno Stato, peraltro, in via di ulteriore rinnovamento secondo un disegno di riforma già concretizzatosi nella legge sul federalismo fiscale. Sarà essenziale attuare quest'ultima in piena aderenza ai principi di "solidarietà e coesione sociale" cui è stata ancorata.

Sarà essenziale operare su tutti i piani per sanare la storica ferita di quel divario tra Nord e Sud che si va facendo perfino più grave, mentre risulta obbiettivamente innegabile che una crescita più dinamica dell'economia e della società nazionale richiede uno sviluppo congiunto, basato sulla valorizzazione delle risorse disponibili in tutte le aree del paese.

Il futuro da costruire - guardando soprattutto all'universo giovanile - richiede un impegno generalizzato. Quell'universo è ben più vasto e vario del mondo studentesco. A tutti rivolgo ancora la più netta messa in guardia contro ogni cedimento alla tentazione fuorviante e perdente del ricorso alla violenza. In particolare, poi, invito ogni ragazza e ragazzo delle nostre Università a impegnarsi fino in fondo, a compiere ogni sforzo per massimizzare il valore della propria esperienza di studio, e li invito a rendersi protagonisti, con spirito critico e seria capacità propositiva, dell'indispensabile rinnovamento dell'istituzione Università e del suo concreto modo di funzionare.

Investire sui giovani, scommettere sui giovani, chiamarli a fare la propria parte e dare loro adeguate opportunità. Che questa sia la strada giusta, ho potuto verificarlo in tante occasioni. Dall'incontro, nel gennaio scorso, con gli studenti di Reggio Calabria impegnati sul tema della legalità, a quello, in novembre, con i giovani volontari di Vicenza mobilitatisi per far fronte all'emergenza alluvione ; e via via potendo apprezzare realtà altamente significative. Penso ai giovani che con grandissima consapevolezza e abnegazione fanno la loro parte nelle missioni militari in aree di crisi : alle famiglie di quelli tra loro che sono caduti - purtroppo ancora oggi - e di tutti gli altri che compiono il loro dovere esponendosi a ogni rischio, desidero rinnovare stasera la mia, la nostra gratitudine e vicinanza. Penso ai giovani magistrati e ai giovani appartenenti alle forze di polizia, che contribuiscono in modo determinante al crescente successo nella lotta per liberare l'Italia da uno dei suoi gravi condizionamenti negativi, la presenza aggressiva e inquinante della criminalità organizzata.

Sì, possiamo ben aprirci la strada verso un futuro degno del grande patrimonio storico, universalmente riconosciuto, della Nazione italiana. Facciano tutti la loro parte : quanti hanno maggiori responsabilità - e ne debbono rispondere - nella politica e nelle istituzioni, nell'economia e nella società, ma in pari tempo ogni comunità, ogni cittadino. Dovunque, anche a Napoli : lasciatemi rivolgere queste parole di incitamento a una città per la cui condizione attuale provo sofferenza come molti in Italia. Faccia anche a Napoli la sua parte ogni istituzione, ogni cittadino, nello spirito di un impegno comune, senza cedere al fatalismo e senza tirarsi indietro.
Sentire l'Italia, volerla più unita e migliore, significa anche questo, sentire come proprio il travaglio di ogni sua parte, così come il travaglio di ogni sua generazione, dalle più anziane alle più giovani. A tutti, dunque, agli italiani e agli stranieri che sono tra noi condividendo doveri e speranze, il mio augurio affettuoso, il mio caloroso buon 2011.


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