lunedì 17 gennaio 2011

Politica e Riformismo - Una bella Nota di Fabiano Corsini

Condivido poche note, ma questa di Fabiano (la trovate nel resto del post) la condivido completamente. E’ necessario davvero uno sforzo riformista evitando di pensare al passato ma guardando al futuro.

Questi sono i temi da trattare lasciando da parte le situazioni personali di Berlusconi. Ora che sappiamo che ha un “rapporto stabile d’affetto”, siamo tutti più contenti... prepariamo i confetti ma torniamo subito a pensare ai problemi dell’Italia, che sono tanti e difficili

Antonio



Il punto di forza della posizione riformista sta certamente nella sua capacità di aderire al “movimento che cambia lo stato di cose esistente”. Di essere dunque quella più adeguata all’obbiettivo di incidere sul presente per modificarlo, per renderlo più simile all’idea di un futuro migliore. All’esaurirsi del fascino dei modelli chiavi in mano di società ideali, i riformisti aggiungono la diffidenza per parole magiche che inglobano ricette miracolose, come liberismo, fiducia nel mercato, flessibilità del lavoro. Ma anche merito, competitività, ricambio generazionale: tutte parole al fine prive di significato ultimo, che troppo facilmente si prestano a divenire tasselli di raffinate e pericolose ideologie di adesione critica all’esistente e al suo movimento spontaneo.

Dieci anni fa all’ordine del giorno della agenda del cambiamento nel nostro Paese c’era la necessità di introdurre robuste iniezioni di liberalismo: svecchiare la politica; dare flessibilità al mercato del lavoro; liberare le risorse immobilizzate nelle rendite di posizione della pubblica amministrazione, degli ordini professionali, delle corporazioni. Il sindacato poteva apparire a sua volta una corporazione tra le altre, e la battaglia per la riforma del mercato del lavoro e delle relazioni sindacali pareva una battaglia importante per dare forza a tutte le altre liberalizzazioni. I partiti della sinistra, il PDS prima e poi i DS, parevano troppo lenti nel cogliere queste nuove necessità, poco permeati di cultura liberale, poco disposti ad affrancarsi dalle casamatte che costituivano le basi del consenso,ideologico, culturale, ma anche finanziario del partito e del suo sistema di alleanze.

Dieci anni fa si doveva essere riformisti, per cambiare lo stato di cose esistente; a sinistra, un vasto movimento di componenti socialiste liberali , per lo più osteggiate dalla maggioranza storica dei partiti, sostenevano un riformismo che prevedeva di introdurre contratti di lavoro più flessibili, di pari passo con la costruzione di un nuovo welfare capace di sostenere i diritti dei giovani e delle persone alle prese con “la società dei lavori”; di consegnare al mercato la gestione di servizi pubblici sempre più onerosi e meno efficienti, di pari passo con la costruzione di un sistema di “protezione” dei consumatori e di strumenti di governo (controllo e valutazione) di questi stessi servizi. Di valorizzare la funzione formativa, passando dal risultato storico del 900, la scuola di tutti, a una scuola capace di promuovere tutti, valorizzando il merito e le differenze. Di pari passo con una battaglia decisa contro la dispersione scolastica e la selezione, la nuova selezione di classe sempre in agguato.

Queste spinte riformiste in questi anni sono state respinte o gestite malamente; non interessano le colpe. Interessa oggi prendere atto ci come la situazione italiana sia profondamente mutata. Il lavoro è stato destrutturato, e i diritti dei lavoratori non hanno più luoghi fisici; i giovani sono disoccupati e senza speranza; i precari; le collaborazioni a progetto, i lavoratori interinali che nelle fabbriche fanno i bad jobs e non ne parla neppure la fiom. La fine del sindacato. La Pubblica Amministrazione allo sfascio e i servizi pubblici compressi, esternalizzati e fuori controllo. Oppure scomparsi. Una scuola che è tornata ad essere selettiva, emarginante e senza una spina dorsale che ne giustifichi la sopravvivenza. La parola merito, in queste condizioni, ha una sinistra accezione, una sorta di ghigno rivolto a persone che cercano una ragione per studiare.

Come si fa a riproporre oggi l’agenda riformista di dieci anni fa? Non c’è nessuna delle parole che erano all’ordine del giorno della nostra agenda di cambiamento che oggi,m in questa nuova situazione, non assuma un significato sinistro, impopolare, regressivo: Flessibilità? Merito? Competitività? Successo? E che dire della parola “crescita”, che è il nuovo idolum di certi progressisti che, stanchi di Carlo Marx, non hanno voglia di attardarsi neppure con Amartya Sen, certo non comunista, per il quale lo sviluppo è prima di tutto libertà?

Viviamo oggi un’epoca in cui i testimoni più anziani della vicenda politica assistono con sconcerto alla afasia della politica. Dietro la babele dei protagonismi, quello che realmente appare è una sostanziale incapacità di esprimere proposte di cambiamento; sembra abbiano avuto ragione quelli che temevano l’avvento del pensiero unico, il supermento del conflitto tramite l’annessione della critica alla ragione dominante. Che cosa altro è , se non questo, la dichiarazione di impotenza che in questi giorni ha accomunato dirigenti di destra e di sinistra davanti a un Marchionne interprete delle supreme leggi della della globalizzazione?

Fortunatamente le cose non stanno così. Il pensiero unico sta vincendo, ma non sarà la fine della storia. Tutto si muove, tutto cambia, anche nelle acque stagnanti di questo putridume. Anche nel nostro Paese.

Certo, una soluzione “in positivo” non è scritta nei destini della storia; e soprattutto, non è scritto che dalla crisi possano uscire le generazioni che vivono ora. Tutto dipenderà da noi: dalla politica. Certo, dalla politica, che deve tornare ad avere consapevolezza di essere il principale strumento con il quale gli uomini cambiano il proprio destino.

Alla FIAT ora si dovrà costruire il nuovo progetto con operai che non sono stati sconfitti; e saranno meno soli. E se ci sarà l’investimento (se la politica riuscirà a far rispettare le promesse, non illudiamoci che la FIAT le rispetti da sé), tra qualche mese gli operai saranno fortissimi; perché un miliardo investito a Torino renderà quella città e quei lavoratori più liberi di quanto non lo siano oggi. Se nel frattempo avremo ben lavorato, dalla politica potranno venire proposte di politica industriale, con le quali anche il ruolo del nostro Paese nella globalizzazione potrà essere ridisegnato.

Per costruire questi nuovi scenari, bisogna mettere in campo proposte capaci di modificare lo stato di cose esistente. E oggi, quelli tra noi che propugnano idee di socialismo liberale, non devono temere di portare l’attenzione a quella componente che in questi anni ha peso colpi. Si, la componente socialista.

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