domenica 22 marzo 2009

DOPO VELTRONI...ORA TUTTI ADDOSSO A RENZI‏

Da qualche settimana a questa parte è cominciata una nuova moda, nel Pd e non solo. Sparare addosso a Matteo Renzi.

Hanno cominciato gli sconfitti alle primarie di Firenze e i loro padrini. Poi una parte degli ex Ds fiorentini, feriti nell’orgoglio dalla vittoria di un candidato che Ds non era. Comprensibile. Quello che, francamente, non capisco - o meglio lo capisco e lo trovo intollerabile – è che il tiro al bersaglio contro il vincitore delle primarie di Firenze, eletto dalla gente, si stia generalizzando . Dirigenti di ogni provenienza, opinionisti, persino i pasdaran delle primarie sempre e comunque. Venuto a mancare Veltroni, ora si dà addosso a Renzi.

E allora via con articoli e prese di posizioni (l’ultima, sul Riformista, di Peppino Calderola), conversazioni pubbliche o private. La direttrice dell’Unità scrive addirittura che “la vittoria di Matteo Renzi alle primarie fiorentine segna il punto più basso della storia del partito” e sostiene che Renzi è tutt’altro che nuovo, visto che ha alle spalle una lunga storia di partito. Vivaddio, aggiungo io! Ma come? Il problema non erano i giovani cooptati, sbucati dal nulla e catapultati in testa alle liste alle ultime Politiche?

Persino sui blog e su facebook, è tutto un fiorire di perplessità. E’ diventato trendy dire che Renzi è di destra. Sì, ha vinto le primarie Firenze, ma chissà come (traduzione: l’hanno votato quelli della destra). E comunque, si dice con ghigno di masochistica soddisfazione, vedrete che non vincerà le elezioni. Tanto è l’astio che ci si augura di perdere Firenze. Si arriva all’attacco personale: Renzi? Un ragazzetto pieno di sé, arrogante, totalmente inadeguato. Si arriva a prenderlo in giro anche per il maglione. Se lo indossa Walter o Dario, è fico, se lo mette Matteo diventa il look di un “giovanottone pasticcione”.

Quando ogni argomentazione è finita, ecco la chicca finale: se i giovani sono questi, si dice, meglio i vecchi. Persino i peggiori. Come è arrivato a scrivere Caldarola, commentando l’ultima puntata di Anno Zero dove, insieme a Renzi, c’era Antonio Bassolino. Tra i due, ha detto, scelgo il governatore della Campania. Buon per lui. Io tra Bassolino e Renzi scelgo mille volte Matteo. Se persino un osservatore lucido come lui arriva a preferire un amministratore ultrasessantenne, travolto dagli scandali e dai rifiuti a un 34enne che finora ha vinto tutto quello che poteva vincere, allora vuol dire che qualcosa non funziona. E si rischia tanto di assomigliare a quegli sciocchi che guardano il dito, ignorando la Luna.

Tutto questo accade, peraltro, mentre la stampa internazionale ha gli occhi puntati sulla sua vittoria (il Time lo ha addirittura paragonato ad Obama), la destra fiorentina lo teme e non sa ancora bene chi contrapporgli e forze con le quali dovremmo aumentare la collaborazione (vedi l’UDC) sono pronte a sostenerlo.

Ci riempiamo quotidianamente la bocca di parole sul ricambio generazionale. Servono giovani che non siano il frutto di un casting ben fatto, ma di un cursus honorum che li renda in grado di avere una marcia in più, così che il loro merito non sia solo l’età. Poi ne arriva uno così. Che corrisponde perfettamente all’identikit. E’ riuscito ad emergere, ha una squadra di coetanei intorno, ha fatto leva sulle sue capacità, sul coraggio di metterci la faccia. E ha saputo conquistare il consenso. Anche nelle zone più “rosse” della città. Il che è tanto più miracoloso in un momento in cui il Pd continua a perdere da un anno e mezzo. E il suo partito che fa? Gli spara addosso. Perché è ambizioso. Perché ha la lingua un po’ troppo lunga. Scusate: ma non avevamo detto che i giovani si devono svegliare e sfidare i grandi? E come dovrebbero farlo, chiedendo il permesso?

E i giovani? Quelli come me, i ventenni e i trentenni del partito, che fanno? Lo guardano con sufficienza anche loro. Quelli che a parole sono pronti a fare la rivoluzione, quelli che vogliono “uccidere il padre” , dove sono? La verità è che la malcelata ostilità di molti di loro verso Matteo somiglia tanto ad invidia. L’invidia di chi si sente tanto bravo e sottovalutato, ma non ha la forza di condurre una battaglia a viso aperto.

A meno che il problema di Renzi non sia un altro. Non un aspetto caratteriale (Massimo D’Alema vi sembra simpatico?). Non la sua età (difficile rimproverargli l’inesperienza). Dirò una cosa scomoda: il sospetto è che Renzi non vada giù per altre ragioni. Innanzitutto perché è cattolico. Urta il fatto che non solo sia riuscito a battere lo stato maggiore del partito e che continui a sfidarlo senza precauzioni diplomatiche. Ma che lo faccia senza mettere i suoi valori tra parentesi. Dice che la cittadinanza onoraria a Beppino Englaro è una provocazione, che è contro i matrimoni gay. Che non voterebbe una legge per l’eutanasia. E via così. Questo dà davvero fastidio di Renzi. Perché esce dai binari. Perché non la pensa come il bignamino delle opinioni politicamente corrette “di sinistra” prevederebbe. E’ rivelatrice la scena a cui abbiamo assistito ad Anno Zero, quando due signore anziane al mercato gli rimproverano il suo passato scout – “mica possiamo votare come sindaco un pretino come te” – e lui, orgoglioso: “non mi vergogno di essere cattolico”.

L’altro motivo per cui irrita è che fa sul serio. Ha dimostrato che si può fare sul serio. Perché non si accontenta del ruolo che il copione prevede per gli outsider. E’ libero e anche ora, che avrebbe bisogno di “allargare” il suo consenso, di dire cose gradite, non sceglie cinicamente di compiacere ma continua, coraggiosamente, a dire quello che pensa. Per questo Renzi viene attaccato. Ed è proprio per questo che è stato premiato dai cittadini.

Mi piacerebbe sbagliarmi, ma allora dovete spiegarmi, in maniera molto più convincente, che cosa non va in lui.

Nel frattempo, io sto con Matteo. E ho voglia di “pensare l’impensabile” come dice il Time. Dovrebbero farlo anche i tanti miei coetanei che, come me, non hanno ancora avuto il coraggio di farlo e tutti quelli che tengono al futuro del nostro partito nuovo che sembra già così vecchio.

Antonio


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Problemi difficili, soluzioni incerte…..

Da alcuni mesi la politica sanitaria per la tutela della salute dei membri di una comunità politica è sotto pressione. Non solo in Italia, per la verità. Basti pensare al tentativo dell’amministrazione Obama, per una riforma sanitaria estesa a tutti i cittadini statunitensi, ovvero ai sistemi di welfare europei che hanno sempre meno risorse per garantire i diritti sociali in modo universalistico ai loro cittadini. Per di più, in periodi di vacche magre, come quello attuale, il razionamento e la scelta delle priorità su chi e che cosa curare sono all’ordine del giorno.Tuttavia, in Italia, da alcuni mesi, dal caso Englaro alle cure mediche per i clandestini presenti sul territorio italiano pongono riflessioni in ordine alla definizione del diritto alla salute. Non entriamo in questa sede nel merito delle dichiarazioni del papa sull’Aids e i metodi più efficaci per debellarla….
Nell’assetto della futura “Italia federale”, per quanto riguarda le regioni, le funzioni fondamentali concernenti sanità, assistenza, istruzione e tutti gli altri livelli essenziali delle prestazioni (Lep) sui diritti civili e sociali, saranno calcolati attraverso una perequazione al 100% sui costi standard e non più sulla base della spesa storica. Nella sanità si terrà conto in ogni caso dei Livelli essenziali di assistenza (Lea) che devono essere garantiti, nonché dei dettami dell'art.32 della Costituzione.
Ora, l’esame alla Camera del Ddl sulla Sicurezza, già approvato al Senato (al di là dei tatticismi di alcuni politici del centrodestra in vista del nascente Pdl), volto a sopprimere il comma 5 (“l’accesso alle strutture sanitarie, sia ospedaliere, sia territoriali, da parte dello straniero non in regola con le norme sul soggiorno non può comportare alcun tipo di segnalazione all'autorità, salvo i casi in cui sia obbligatorio il referto, a parità di condizioni con il cittadino italiano”) dell’articolo 35 del Decreto Legislativo 286 del 1998, Testo Unico sull’immigrazione, che sancisce il divieto di “segnalazione alle autorità”, apre la delicata questione relativa alla segnalazione dei clandestini che si presentano al pronto soccorso. La norma in discussione stabilisce, infatti, che il medico possa segnalare alle autorità chi non e' in regola, prevedendo tuttavia che non ci sia alcun obbligo. Rimandando la decisione alla libertà di coscienza di ogni singolo medico, la discrezionalità o meno dell’assistenza sanitaria comporta una maggior incertezza e potrebbe compromettere la fiducia e il rapporto di ‘confidenzialità’ tra istituzione sanitaria, medico curante, paziente, con conseguenze negative dal punto di vista della salute intesa come interesse della collettività, oltre che come diritto individuale (art.32 Cost.).
A tal proposito, il dibattito parlamentare in ordine al pacchetto sicurezza (Ddl 733), in generale pone, anche per le politiche sanitarie, una questione di fondo, vale a dire che il tema cittadinanza sanitaria per gli immigrati non è solo un problema giuridico.
Per l’immigrato la difficoltà di accesso alle strutture sanitarie del paese ospitante è, prima ancora che un problema di carattere etico-giuridico circa la legittimità del diritto alla salute e all’assistenza sanitaria, un problema di carattere culturale e psicologico che rischia di aumentare il disagio esistenziale (fragilità, insicurezza, precarietà) dovuto allo sradicamento dai propri valori, tradizioni e comunità di riferimento. Come trattare allora, dal punto di vista della pretesa a trattamenti sanitari, individui e gruppi sociali non appartenenti alla comunità politica? Lo status di “cittadino”, contrapposto a quello di “straniero” influenza fortemente la piena tutela giuridica di un diritto. Non entriamo qui nel merito di quale sia la nozione di persona cui facciamo riferimento: se quella di cittadino membro di una collettività, per cui l’individuo potrà godere di certi benefici e sostenere alcuni costi, oppure quella di individuo che esige il riconoscimento della propria sfera privata autonoma rispetto alla sfera cui il potere politico è indirizzato a interferire. E’ opportuno riconoscere che, anche nelle democrazie occidentali, l’appartenenza dell’individuo a un determinato ordinamento politico lo legittima a una maggiore protezione giuridica (diritti di cittadinanza in senso lato) di colui che non gode di tale status.
Al di là dei buoni propositi e affermazioni di principio (dalla Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino della Rivoluzione Francese del 1789, alla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo approvata il 10 dicembre 1948 dall’Assemblea Generale dell’Onu, alla Conferenza dell’Oms tenutasi ad Alma Ata nel 1978 e, infine, alla Convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia approvata nel 1979 sempre dall’Onu, nonché ad altre carte e documenti internazionali), parlare di diritti umani intesi come diritti morali universali – che prescindono dunque da razza, sesso, religione, nazionalità e posizione sociale – pur esprimendo un ideale di cittadinanza universale in grado di riconoscere i diritti degli individui in quanto tali, comporta che i singoli stati non siano solo d’accordo in termini di dichiarazioni e raccomandazioni “prescrittive”, ma che da principi morali universali discendano politiche pubbliche antidiscriminatorie.
Certo è che il dibattito di queste ultime settimane ripropone il problema di come si deve comportare lo Stato di fronte a un immigrato extracomunitario presente sul territorio italiano in quanto clandestino. Per ora non ci resta che concordare con Zincone [1991: 435] laddove, con riferimento ad un’affermazione di Brubaker - «L’uguaglianza inerente all’idea di cittadinanza è un’eguaglianza limitata. È necessariamente ristretta ai cittadini. La piena uguaglianza tra cittadini e non cittadini renderebbe la cittadinanza priva di significato» [Brubaker 1989: 17] - sostiene che «l’accoglienza assoluta e indiscriminata non è un prezzo necessario da pagare per soddisfare criteri di uguaglianza».

Ringrazio per gli spunti l’amico Nicola Pasini e mi scuso con lui per non essere presente a Milano all’incontro degli ex alumni della Scuola di Formazione Politica CFP


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martedì 10 marzo 2009

Sicurezza: i cittadini partecipino ma non con le ronde‏

Credo sia importante una premessa, anzi, la ritengo necessaria, perché quando si affrontano temi come quello della sicurezza bisogna stare molto attenti alle parole che si usano e ai concetti cui esse si legano. Oggi si tende a fare molta confusione tra legalità, sicurezza, degrado, decoro urbano. Sono parole che usano tutti, ma appendendo a esse concetti diversi.
Sono per esempio convinto che la grande domanda di sicurezza che da tutto il paese è emersa prepotentemente in questi mesi sia almeno in parte una domanda di città meno degradate, più vivibili, direi addirittura anche più serene.
E indubbiamente ci sarebbe molto da dire, su questa domanda, che, mi pare, è stata anche molto manipolata, strumentalizzata, usata per interessi più o meno trasparenti.

C'è forse un paese più insicuro rispetto ad anni fa, ma c’è sicuramente un paese che si percepisce più insicuro, come ci dimostrano molte statistiche sul crimine e sulla percezione del crimine in Italia. Anche la nostra Relazione 2008 sullo stato di insicurezza, solo per fare un esempio, conferma che non esiste una stretta correlazione tra i dati statistici ufficiali sulla criminalità e la percezione della sicurezza dei cittadini.

In Toscana, a fronte di un indubbio trend di aumento delle denunce, i cittadini continuano a sentirsi relativamente sicuri, o almeno più sicuri che altrove, tanto che ci collochiamo all'undicesimo posto nella graduatoria regionale per percezione dell'insicurezza.

Inutile ovviamente manifestare soddisfazione per un dato come questo, che comunque non può nascondere il fatto che anche da noi è in crescita l'insicurezza e con essa quello che chiamerei un sentimento di vulnerabilità. E di tutto questo va tenuto conto perché rappresenta un aspetto importante della qualità della vita di tutti noi.

Questa domanda di sicurezza rappresenta una domanda reale, importante. Le istituzioni non vi si possono sottrarre. I cittadini, in effetti, chiedono di più della semplice sicurezza, chiedono di poter uscire tranquillamente la sera, chiedono di poter vivere serenamente nelle loro comunità. Chiedono insomma, un diritto alla tranquillità o serenità, che è un concetto bellissimo, che mi pare inquadri tutti gli altri che ho menzionato e che implichi un impegno davvero trasversale, che va dalle politiche di prevenzione per la sicurezza fino alle politiche sociali, alle politiche di pianificazione urbanistica e alle politiche dei tempi della città. Per arrivare a toccare gli aspetti più quotidiani dell'impegno di un'amministrazione: per esempio come si cura un giardino pubblico o come si regola la circolazione su una strada.

Questo concetto di serenità esige un impegno che può essere assai complesso per le molte competenze che chiama in causa, eppure rappresenta l'unica alternativa a scorciatoie che non portano da nessuna parte, se non forse all'individuazione di capri espiatori e alla demagogia di chi invoca le maniere forti.

La premessa è stata lunga ma mi sembrava doverosa, perché in realtà rappresenta il background che sta dietro la nostra proposta di legge “in materia di contrasto al degrado e di tutela della sicurezza urbana” su cui da mesi gli uffici regionali stanno lavorando.

A problemi complessi, insomma, bisogna attrezzarsi con risposte complesse, e in primo luogo con una piena assunzione di responsabilità. La sicurezza, intesa nel suo significato più ampio, diventa uno degli impegni del governo locale, assumendo un rilievo nella strategia dell'amministrazione della cosa pubblica che non le era propria fino alla fine degli anni Novanta.

Molti enti locali si sono effettivamente mossi, raccogliendo anche un “invito alla creatività” che il ministro degli interni a suo tempo rivolse ai sindaci. Ne è venuto fuori qualcosa che, a mio parere, ha a che vedere più con la complicazione che con la complessità. Una valanga di provvedimenti assunti dai sindaci in qualità di ufficiali del governo, e già qui ci sarebbe molto da dire; un profluvio di ordinanze, più o meno accettabili, più o meno comprensibili in una logica di emergenza, ma che hanno creato una situazione estremamente caotica, frammentaria, incerta, con forti disomogeneità anche nello spazio di pochi chilometri. Senza dimenticare che resta tutta da dimostrare la possibilità di contrastare situazioni urbane di degrado a colpi di ordinanze.

Con la nostra legge intendiamo rilanciare una piena assunzione di responsabilità da parte del governo regionale, quale soggetto che può coordinare, omogeneizzare, armonizzare le scelte sui comportamenti rilevanti, sui provvedimenti da adottare, sulle sanzioni da contemplare. Tutto questo fornendo una disciplina generale nella quale si possano inserire o valorizzare provvedimenti delle singole amministrazioni. Con il nostro lavoro stiamo individuando i comportamenti rilevanti ai fini dell'ordinato svolgersi della vita delle comunità locali che possono essere disciplinati dalle amministrazioni comunali, distinguendo bene tra concetti come la convivenza civile, la vivibilità, l'igiene e il pubblico decoro, la quiete e la tranquillità delle persone.

Non solo. Mi pare importante sottolineare che accanto all'individuazione dei comportamenti rilevanti abbiamo prodotto un’attenta analisi sugli spazi pubblici, come premessa a interventi che ci consentano di sottrarli al degrado fisico.

Tutto questo con la consapevolezza che occuparsi del disegno urbano, cioè dell’organizzazione degli spazi, dell’impianto degli edifici, dell’uso dei piani terra e dei piani superiori, della struttura delle aree verdi, del tracciato delle strade, dell’illuminazione o dell'ubicazione delle fermate del trasporto pubblico, rende le nostre città più vivibili e concorre ad aumentare la fiducia dei cittadini, mentre un disegno urbano mal concepito può produrre spazi vuoti, ambienti squallidi, generare paura e attrarre comportamenti incivili e atti criminali.

In questo paese troppe volte negli ultimi mesi abbiamo sentito invocare l'uso dell'esercito o delle forze dell'ordine, come soluzioni a problemi che richiedevano risposte ben più articolate e complesse. Allo stesso modo troppo spesso abbiamo sentito di cittadini armati, di ronde, di appelli all'autodifesa, di tentativi di far passare l'idea di punizioni draconiane o esemplari...

Io penso invece che ci sia bisogno di molto buon senso, di equilibrio. Per capire, a esempio, che non c'è bisogno di pene esemplari, ma semmai di pene certe, cioè di una giustizia che funzioni, in grado di assolvere le sue funzioni con tempi accettabili; che non c'è bisogno di presidi militari nelle nostre strade, ma semmai di risorse e mezzi per le forze dell'ordine che devono essere messe in grado di lavorare e valorizzate nella loro professionalità; e che i nostri quartieri, le nostre periferie, potranno diventare davvero sicure solo quando saranno anche più vivibili.

Quando parlavo di scorciatoie mi riferivo anche ad alcuni aspetti del recente pacchetto sicurezza del governo, con disposizioni che temo che non solo possano non centrare gli obiettivi proclamati ma addirittura produrre situazioni più confuse e problematiche.

Questo, anche tenendo fuori i contenuti a mio avviso meno condivisibili: a partire dalla possibilità di denuncia degli immigrati irregolari da parte dei medici, norma che ha sollevato una forte reazione da parte dello stesso ordine professionale chiamato a tutelare i principi deontologici e che, mi pare, può creare notevoli problemi anche dal punto di vista della salute pubblica.

Ma non si può non essere preoccupati anche per tutto quanto si sta dicendo e facendo oggi sulle ronde. Bene ha fatto il prefetto di Firenze nei giorni scorsi a fermare il ribollire di propositi e iniziative con un invito alla cautela, in attesa che arrivino i regolamenti attuativi aiutandoci magari a capire meglio cosa sono o cosa dovrebbero essere, nelle intenzioni del governo, soggetti che, a sentire le varie dichiarazioni, sono ronde che non si vogliono nemmeno chiamare ronde.

La situazione, insomma, è molto confusa, come purtroppo accade sempre quando si cede alla lusinga degli slogan di facile presa.

Io penso che la strada da battere sia un'altra. Quella di forze di polizia più preparate, più addestrate, più motivate. E anche quella di un nuovo modello di polizia, basata sulla capacità di legarsi davvero ai territori e ai cittadini: e penso ai modelli di polizia di comunità o di prossimità su cui il governo regionale della Toscana sta lavorando, andando a scuola, per così dire, da paesi che da tempo vantano questa esperienza, come il Canada.

E' in questo modello che, a mio parere, sta anche il senso e la possibilità di una partecipazione e di una collaborazione dei cittadini al bene comune della sicurezza. Che è cosa ben diversa dalle ronde che, al momento, mi sembra siano qualcosa di poco pensato e di molto improvvisato.

In ogni caso penso che sia importante che anche su questo la Toscana non vada in ordine sparso. Penso che sia davvero necessario che dalla nostra regione emerga una risposta comune e coerente, ispirata a un modello condiviso di relazioni tra forse di polizia, istituzioni e cittadini: qualcosa che non sia solo il frutto di tentazioni demagogiche, ma che semmai valorizzi la nostra esperienza e la forza delle nostre comunità.

Per questo sarà bene che le istituzioni locali si confrontino e si parlino, a tutti i livelli. E su questo terreno la Regione Toscana intende fare la sua parte, non sottrarsi magari usando la tattica dello struzzo e nascondendosi dietro ragionamenti sulla mancanza di competenze dirette. Per questo fin dai prossimi giorni proporrò un incontro a tutti i sindaci dei capoluoghi di provincia e comunque delle città più sensibili alle questioni della sicurezza e della vivibilità, per un confronto a tutto campo su queste tematiche.

Con la consapevolezza, ancora una volta, che non ci sono risposte precostituite, ma solo un gran bisogno di fare un percorso quanto più possibile condiviso, in cui ognuno faccia la sua parte.

Federico Gelli
Vice Presidente della Regione Toscana con delega al coordinamento delle politiche per la legalità e la sicurezza dei cittadini




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lunedì 9 marzo 2009

Iniziativa con Stefano Ceccanti 14 marzo ore 10.00 - tema Testamento Biologico‏

Continua il ciclo di formazione politica del PD Unione Comunale di Pisa.
Sabato 14 marzo, rifletteremo su un tema di attualità: i diritti civili e in particolare il testamento biologico. Diverse posizioni e sfumature riguardanti questo tema esistono nel nostro partito, quale migliore cosa allora di affrontare la questione?Seguiremo un approccio da formazione, cercando di capire come inquadrare il problema, individuando i concetti fondamentali e le parole chiave da usare nella strategia comunicativa.Ne parleremo con Stefano Ceccanti.L'iniziativa avrà luogo in Via Fratti sabato 13 marzo ore 10.00
Vi aspetto numerosi
Antonio


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domenica 8 marzo 2009

Una scelta coraggiosa - Chiedere l'albo pubblico "Testamento Biologico"

In Consiglio Comunale martedi scorso il partito Democratico di Pisa ha fatto un ulteriore passo avanti nella definizione di una linea politica comune e condivisa.
E’ stato infatto votato un ordine del giorno per chiedere alla giunta la creazione, presso il Comunedi Pisa, di un apposito registro per raccogliere, autenticare e conservare le dichiarazioni dei cittadini in ordine alle proprie “Direttive Anticipate” o “Testamento Biologico” secondo il modello diffuso dalla Fondazione Veronesi nel quale, liberamente, la persona dichiara quali terapie accettare o meno in caso di incapacità e nomina un fiduciario al quale affidare l’esecuzione della propria volontà (di seguito il documento completo).

Ciò che a livello Nazionale ha creato tante tensioni interne al Partito…a Pisa è stato momento di unione e di dialogo!!! Ecco cosi possiamo costruire un partito nuovo che sappia dialogare con i cittadini e sappia proporre nuove politiche che sintetizzino le diverse storie ed esperienze che compongono il PD.


Credo sia stato davvero un grande risultato..che non è stato semplicissimo da raggiungere…ma che rappresenta la nostra voglia di costruire percorsi e raggiungere obiettivi nuovi



Cosa ne pensate?



Antonio







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venerdì 6 marzo 2009

Combattere le lobby con altre lobby

Pochi giorni fa, il presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha messo in atto quella che potremmo definire una preventive strategy. Dopo aver gettato sul tavolo il suo piano economico da 1.170 miliardi di dollari è passato subito all’attacco, piuttosto che aspettare una sicura e implacabile guerra di logoramento dei suoi avversari. Quest’ultimi non possono che essere numerosi, agguerriti e organizzati, se la sua candidatura, il suo piano e la sua presidenza tutta, sono votate al cambiamento.Ma se qualcuno immagina che, come vuole la logica italiana, Obama abbia sferrato un attacco principalmente agli oppositori politici, e segnatamente partitici, si sbaglia. L’obiettivo della sua dichiarazione di guerra sono le lobby, ovvero i gruppi di pressione che difendono interessi particolari, che finora hanno dominato a Washington. Partire da questa definizione essenziale, quasi scarna, ci può servire per capire al meglio il fenomeno lobbistico americano, la concezione della pressure politics che vi sta alla base e, infine, cercare di intuire quali potrebbero essere le intenzioni del neo-presidente.
Sgombriamo subito il campo da una tentazione: catalogare tutte le lobby e i lobbisti come pura incarnazione del male. Così come è assolutamente vero che esistono professionisti che si sono resi colpevoli di reati o che hanno attuato pratiche illegali, allo stesso modo non è possibile generalizzare su un fenomeno complesso, ma anche molto normato e sottoposto a rigide e (generalmente) rispettate regolamentazioni. Nessuno di noi, se non al bar tra un quotidiano sportivo e un caffé, sarebbe pronto ad affermare che tutti gli avvocati sono disonesti visto che alcuni di essi non rispettano la legge e l’etica professionale. Ugualmente, di fronte ad alcuni lobbisti americani che rischiano utilizzando la corruzione, la stragrande maggioranza di essi lavora rispettando leggi ben precise e restrittive, che arrivano a vietare la corrisposizione di regali o agevolazioni non solo ai decisori pubblici, ma anche ai relativi staff (Honest Leadership and Open Government Act, 2007). Accanto ad una precisazione sugli “strumenti” della pressione (ovvero i lobbisti) è necessario anche interrogarsi su chi attua negli Stati Uniti un’azione di pressione politica, direttamente o attraverso dei professionisti esterni. La risposta in questo caso è semplice: tutti. Bisogna senza timori superare lo stereotipo del lobbista meschino che difende solo gli interessi di ricche e potenti corporation che inquinano con il petrolio, fanno ammalare con il fumo o uccidono vendendo e diffondendo armi. Fortissime lobby, che finanziano e influenzano ampiamente tutti i decisori pubblici americani (con mezzi non soltanto economici, ma anche di carattere elettorale, come il voto), sono anche quelle della sanità (intesa sia come assicurazioni che come dipendenti), ma anche quella degli insegnanti, dei pensionati, accanto a tutti i settori industriali, che si raggruppano in associazioni di categoria o agiscono individualmente (come capita con le grandi company). In maniera più specifica, infatti, i lobbisti sono tutti coloro che portano avanti in modo professionale un’attività di pressione, solitamente rivestendo il ruolo di funzionari a tempo pieno, figurando all’interno degli organigrammi di organizzazioni, o come liberi professionisti, che vengono contattati per lavorare al servizio di singole società, ma anche (e solitamente questa figura viene sottovalutata nella realtà italiana) dei cittadini e delle loro associazioni. Da questo punto di vista va allora diviso nettamente in due il mondo della rappresentanza di interessi particolari: da un lato coloro che si mobilitano per difendere interessi economici (oggettivamente più forti in termini di risorse economiche), dall’altro quelli che si mobilitano per tutelare interessi “senza fini di lucro” (più forti in termini di risorse “umane”).
È dunque intorno a questo concetto che ruota la pressure politics americana, ovvero intorno al tentativo di far coincidere il “proprio” interesse particolare (sia esso una normativa preferibile nel proprio ambito industriale, delle sovvenzioni al settore proprio settore produttivo, ma anche l’attuazione e la tutela di diritti in ambito ambientale o civile) con l’interesse generale perseguito dalla società sotto la guida della politica. Sin dalle lezioni dei “padri fondatori” come James Madison (1751-1836), gli Usa hanno scelto una strada opposta rispetto a quella perseguita dalle democrazie di tradizione rivoluzionaria-giacobina (come la Francia e l’Italia). Negli Usa, per prevenire il rischio che un interesse particolare riesca a dominare sugli altri assoggettando completamente l’interesse generale, si è favorito il più possibile la diffusione di questi interessi particolari e tentando di normarne l’attività di pressione. Un processo che dunque richiede la più completa trasparenza per funzionare, pena la sua solidificazione attorno a “potentati”.
Solo avendo ben in mente tutto ciò è possibile capire quanto realmente detto da Obama nel suo intervento e quale sia il significato della sua imperiosa affermazione: “loro sono pronti a combattere. Il mio messaggio per loro: lo sono anche io!”. La sua mossa non è una negazione della pressure politics in toto e nemmeno una retorica denuncia delle malefatte dei “brutti, sporchi e cattivi” lobbisiti, con annessa promessa del loro totale debellamento. Il presidente si scaglia contro quei gruppi consolidati di interessi economici che vorranno ostacolare i suoi progetti e le sue promesse, chiamando a raccolta proprio altri portatori di interessi particolari: coloro che NON sono “special interests and lobbyists who are invested in the old way of doing business” (e quindi chiama a sè quei settori, come l’industria “verde”, che finora sono stati avversati perché “avversari” delle lobby prima dominanti) e gli stessi cittadini, che autonomamente compongono l’altra “metà del cielo” delle lobby, ovvero quelle non a fine di lucro, o che semplicemente si mobilitano per tutelare i propri diritti, il proprio voto, e il cui agire dal basso viene battezzato grass roots lobbying (ovvero, un lobbying che agisce come le radici dell’erba, che cresce bottom up).
In altre parole, il sogno americano continua anche in questo caso: non rinunciando alle lobby, manifestazione della libertà di espressione, ma rinnovandole. Obama intende approfittare della crisi e del forte consenso popolare per sfondare i sancta sanctorum, senza rinunciare al pluralismo.
Anche questo è Change, yes we can.



P.s. Un ringraziamento agli amici del CFP per gli spunti interessanti



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giovedì 5 marzo 2009

Articolo che vi consiglio di leggere‏

Ciao a tutti,
vi invio di seguito un bellissimo articolo di Curzio Maltese che rappresenta benissimo il nostro percorso comune. Cosa ne pensate? Vi ci rivedete?
Un abbraccio e grazie per il continuo supporto

Antonio


Ricorrono i termini "Bisogna", "fare" e "politica", oltre che "destra" e "Stato"
di CURZIO MALTESE


Le crisi storiche dei grandi partiti occidentali si sono quasi sempre concluse con l'avvento di una nuova generazione di trentenni e quarantenni. E' successo al Labour inglese e ai socialisti spagnoli, come ai loro avversari, poi ai democratici americani, oggi accade ai socialdemocratici tedeschi e svedesi.Tutti partiti che si chiamano così da oltre un secolo. Il centrosinistra italiano, dopo ogni sconfitta, ha cambiato marchio e simboli, conservando linguaggio e nomenklatura. Veltroni e D'Alema litigano da vent'anni e da quattro partiti (Pci, Pds, Ds e Pd), ha scritto Ezio Mauro.

Questa finzione gattopardesca è ormai intollerabile all'elettorato che reclama il ricambio del gruppo dirigente nei sondaggi e nelle primarie. A volte senza neppure conoscere i nuovi, soltanto per esclusione. Siamo andati alla ricerca dei giovani democratici e abbiamo scoperto, per cominciare, che esistono. Non è vero che dietro l'oligarchia c'è il nulla. Al Nord, Centro e Sud s'incontrano donne e uomini di venti, trenta o quarant'anni, animati di passione politica, con le loro storie, professioni, idee. Da domani potrebbero prendere il posto dei vecchi senza farli rimpiangere troppo. E forse per nulla.

Migliori o peggiori dei Veltroni e D'Alema, Rutelli e Parisi, Bersani e Letta, Bindi e Marini? Giudicheranno i cittadini. Di certo, diversi. Più curiosi del futuro che del passato. Più simili ai cittadini che dovrebbero votarli. Non è soltanto questione di età, piuttosto di cultura e linguaggio. Mentre i vecchi leader litigavano sulle rispettive appartenenze, è cresciuta una generazione per la quale le categorie novecentesche hanno perso senso. A cominciare dalla questione dominante del secolo scorso, il comunismo. Che per l'Italia continua a essere un'ossessione. Ex e post comunisti, dialoganti con ex democristiani, in lotta con anticomunisti, a loro volte spesso ex comunisti, come se il muro non fosse mai caduto, in un delirio passatista di revisionismo rancoroso.


Questi altri, i giovani, non sono ex di nulla. Hanno votato Ulivo già a diciott'anni, sono cresciuti in una casa riformista comune, dove non è difficile trovarsi d'accordo sui valori fondanti. Cattolici e non cattolici, difensori della laicità dello stato. Moderati e radicali, convinti che il conflitto d'interessi (di Berlusconi, di Pincopallo o del governatore di una regione "rossa") sia un cancro della vita pubblica nazionale. Milanesi o siciliani, fieri europeisti, con esperienze di studio e lavoro all'estero, contatti quotidiani con coetanei che fanno politica a Berlino o Parigi, Londra o Madrid. In una specie di permanente Erasmus via Internet, dove ci si scambiano idee e informazioni sui temi del qui e dell'oggi, l'ambiente, l'energia, la crisi, i nuovi lavori, l'immigrazione. Assai più di quanto facciano con i colleghi europei i nostri parlamentari in villeggiatura politica a Strasburgo e Bruxelles, indipendentemente dal gruppo europeo al quale sono iscritti.

Hanno tutti vite che si possono raccontare oltre la sezione di un partito, non sono figli di dirigenti e funzionari, considerano la politica un impegno a termine, almeno per ora. E dalle esperienze di vita quotidiana hanno maturato quello che forse è mancato in tutti questi anni alle leadership di centrosinistra. Una visione della società italiana nei fatti alternativa a quella della destra di Berlusconi. Un'Italia più aperta e tollerante, ben disposta al merito e alla creatività, assai più integrata nel resto d'Europa, meno anomala e autarchica, familista e obbediente ai vescovi. Ma anche una sinistra meno autarchica e difensiva. E' una visione dove il coraggio si mescola con l'ingenuità. Ma forse è di coraggio e ingenuità che la sinistra ha bisogno.
Nel suo primo anno di vita il Pd non si è concentrato sulla più grave crisi economica dagli anni Trenta ma sull'annosa questione del dialogo con Berlusconi. Dialogo sì, dialogo no, a prescindere, come stile politico. Senza neppure capire che, visto il risultato elettorale, Berlusconi non ha più bisogno di dialogo. Il temuto o sperato (da Veltroni) pareggio elettorale non c'è stato. Al massimo il premier ha oggi bisogno di un'opposizione che lo aiuti a far ingoiare all'opinione pubblica irriducibilmente democratica un certo numero di leggi razziali impensabili nel resto del continente, il regolamento di conti finale con la magistratura e qualche raffica di nomine di basso livello alla Rai o negli enti pubblici. Tutte operazioni alle quali procederà in ogni caso, anche senza la benedizione degli avversari. A questo brutale stravolgimento delle garanzie costituzionali, il centrosinistra ha offerto in questi anni soltanto una resistenza trattabile e poco convinta. Fino alla resa ideologica di contrapporre la ronda di sinistra a quella di destra, la caccia al lavavetri democratica contro quella leghista, il buon portatore di conflitto d'interessi (Soru) contro il cattivo. In cambio della concessione da parte del sovrano di qualche riserva indiana, di un piccolo statuto albertino in materia di sindacato o televisioni, e ancor di più in cambio della sopravvivenza del centrosinistra come ceto politico. Il tempo di questi giochi da seconda repubblica è ora scaduto. I cittadini chiedono che la politica non si occupi della propria sopravvivenza ma della loro, minacciata dalla crisi.


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martedì 3 marzo 2009

Rinasceranno a COSTO ZERO le 6 circoscrizioni per una città sempre più partecipata‏

Finalmente ce l’abbiamo fatta!!!!!!! Rinasceranno a COSTO ZERO le 6 circoscrizione per offrire una città sempre più partecipata.

Il ripristino delle Circoscrizioni (d’ora in poi si chiameranno Consigli Territoriali di Partecipazione) è un risultato importante ottenuto attraverso un percorso lungo di condivisione, con tutte le forze politiche consiliari, iniziato ad inizio dicembre e concluso dopo 12 sedute di commissione. E’ Stato votato da 7 gruppi consiliari su 8 e da 28 consiglieri su 40. Una proposta voluta da tutti eccetto che dal PDL che prevedeva 4 circoscrizioni formate da 10 consiglieri comunali e 20 rappresentanti dei cittadini.
Si è tentato fino alla fine (e devo dire di averci tentato veramente fino all’ultimo secondo) a trovare un punto di caduta con i collegi del PDL…ma non ritenevamo corretto accettare la presenza dei consiglieri comunali all’interno delle Circoscrizioni. Sarebbe stato come se i controllori fossero anche i controllati. Un caos che la città non avrebbe capito.

I consiglieri comunali verranno scelti tramite elezioni di secondo grado (i seggi saranno calcolati con il metodo D’Hondt delle liste al primo turno delle consultazioni elettorali del 2008), ossia ogni gruppo consiliare presenterà un elenco di consiglieri territoriali all’approvazione dell’assemblea consiliare. Questa nuova idea di decentramento è solo il primo passo di un percorso che entro la fine della legislatura vedrà nascere nuove forme di partecipazione: URP decentrati, un’urbanistica decentrata e partecipata, il decentramento digitale con punti di informazione e di servizi informatizzati in ogni circoscrizione.

Leggo con particolare dispiacere che il PDL avrebbe in mente di non partecipare alla nomina dei futuri consiglieri territoriali. Questo secondo me sarebbe un grave errore di valutazione, in quanto l’obiettivo primario di chi ha votato la nostra proposta è quello di aprire alla cittadinanza tutta, indipendentemente da schieramento di appartenza e colore politico. Le circoscrizioni erano e restano un grande strumento di democrazia e ci dispiace che sia stato il governo Prodi a volerle abolire seguendo l’onda “dei costi della Politica”. Ma mi domando (e lo faccio perché le nuove Circoscrizioni saranno a costo zero) ma sono questi i veri costi della Politica da eliminare? Io credo proprio di noi….

Un ultima nota rispetto alle parole lette ieri sulla Nazione da parte del Consigliere Garzella che si chiedeva come mai il presidente della Commissione (cioè io) non avesse protestato rispetto ad un emendamento che il PDL nelle parole della Consigliera Paoletti ha definito “un azione liberticida”. Innanzitutto sono preoccupato di come si strumentalizzino degli atti e dei percorsi amministrativi che hanno avuto una grande trasparenza. Ricordo che sono state effettuate 12 riunioni di commissione su questo tema e che, cosi come in ogni iter assembleare si è definito un termine ultimo entro cui presentare gli emendamenti da sottoporre al Consiglio. Il termine ultimo era fissato (in accordo con tutti i gruppi consiliari) il Mercoledi 25 Febbraio (l’ultima commissione si è svolta martedi 24). L’emendamento è stato presentato proprio l’ultimo giorno utile e quindi non è stato possibile valutarlo dalla Commissione. Nel merito dell’emendamento credo invece che non sia cosi anticostituzionale (ma almeno si conoscono i termini che si utilizzano..mi domando???) ma anzi serve, nel caso di difficoltà (dimissioni di consiglieri, etc) a mantenere inalterato il numero di consiglieri e quindi rendere ottimali le funzionalità dell’organo stesso. Spero comunque che il PDL, capisca da solo, che non partecipare alle Circoscrizioni lederebbe solo il diritto di una parte dei cittadini di partecipare alla vita democratica della città.



Antonio


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martedì 24 febbraio 2009

Decidere di non decidere

Un partito appena nato. Un segretario, il primo segretario del partito “nuovo”, che rassegna le dimissioni dopo appena 16 mesi. Un’assemblea costituente o nazionale da 3000 candidati – o sono di meno? o sono di più?) convocata con grande urgenza perché le dimissioni di Veltroni sono state improvvise, benché la crisi duri dalla nascita del partito - anzi ha solide radici e profonde ragioni che precedono la sua costituzione - perché il momento è grave, il partito deve decidere del proprio destino e della propria identità, ma non si presenta nemmeno la metà dei delegati e l’assemblea decide di non decidere ossia di ratificare la decisione già presa dai vertici del partito quattro giorni prima nel momento stesso in cui si è preso atto delle dimissioni di Veltroni.
Franceschini segretario. Perfetto, tutto si tiene. Lo strappo c’è stato, ma è stato subito ricucito. Si fa finta di niente, si va avanti. Si ricomincia come prima. Franceschini (devo dire che il suo discorso alla Fiera è stato molto molto interessante e ci da spunti di discussione e di costruzione, se davvero tutti lo seguissero) nella sua prima uscita da segretario del Pd attacca Berlusconi che è contro la Costituzione e Bersani, che si è candidato alla segreteria due settimane prima delle dimissioni di Veltroni ma poi, al momento giusto, è rimasto al suo posto, ha già dichiarato che il discorso di Franceschini non gli è piaciuto. Insomma, nulla cambia. Ma il punto è questo: per quanto ancora il Partito democratico sarà così immaturo da ritenere di avere il lusso di occuparsi di se stesso e non del paese, o meglio per quanto ancora il PD potrà pensare che il Paese può fare a meno della sua forza? Sarà forse il caso di ripartire dai territori e dal loro contatto con la gente?


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lunedì 23 febbraio 2009

Odg: Richiesta di riconoscimento di situazione di crisi economica

IL CONSIGLIO COMUNALE DI PISA

- viste le modifiche apportate al Regolamento Generale delle Entrate

- considerando che nel periodo attuale il Paese sta attraversando un periodo di profonda crisi economica che sta avendo profonde ripercussioni sull’occupazione e sul reddito delle famiglie e che colpisce soprattutto i ceti sociali più deboli,

- poiché il comma 11 dell’art. 27 del regolamento così come modificato, subordina la concessione delle rateazioni di cui ai commi 9 e 10 con l’allungamento di un mese delle periodicità delle rate nonché l’applicazione dei benefici di cui al comma 10 a tutti i soggetti con reddito ISEE non superiore a 14.120 € che richiedono la rateazione di debiti per canoni di affitto di alloggi ERP, a una deliberazione della Giunta Comunale;

chiede alla Giunta:

di riconoscere la sussistenza di una situazione di crisi economica e di volere quindi autorizzare, previa conferma nella necessaria relazione della Direzione Finanze e Tributi, la concessione dei benefici di cui all’articolo 27 comma 11 del regolamento in via generale e almeno per tutto l’anno 2009

Ranieri Del Torto Partito Democratico
Antonio Mazzeo Partito Democratico


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sabato 21 febbraio 2009

Parlare o tacere? Guardando ad un futuro diverso (speriamo molto migliore)

Non nascondo che vivo tutta intera questa contraddizione. Chi fa politica non può sottrarsi dall'esprimere la propria opinione, tanto più quando i momenti sono difficili e forse drammatici. Contemporaneamente c'è in me un'intima e forte volontà di sottrarmi dal partecipare ad un circo di chiacchiere e veleni che non poco hanno contribuito al precipitare nella situazione nella quale si trova oggi il Partito Democratico. C'è di più ed è ciò che a pelle più mi mette a disagio e più rende fragile ogni pensiero o parola che matura nel mio intimo: che dire? Con quale credibilità? Con che faccia? Sono un po' disorientato. In questi giorni diverse volte mi sono fermato a pensare…mi sono fermato a discutere con i miei amici…mi sono fermato ad ascoltare la gente che mi chiedeva..dove stiamo andando!!!!

Non ho di certo la ricetta assoluta ma sentendo gli interventi di oggi in assemblea nazionale, a parte l’intervento di Realacci, non ho sentito nessuno che evidenziasse lo strano paradosso che ci pervade…in tutti i paesi democratici, quando si perdeno le elezioni, i partiti restano e cambiano i gruppi dirigenti....invece in Italia da vent'anni abbiamo sulla scena gli stessi protagonisti che quando perdono cambiano i partiti per rimanere sempre i protagonisti. Se non rompiamo questo paradosso sono convinto che uccideremo l’unico progetto che potrà modernizzare l’italia.perdono cambiano i partiti per rimanere sempre protagonisti. se non rompiamo qusto paradosso uccideremo l'unico progetto che puo modernizzare l'italia...
E’ eviednte che questo gruppo dirigente che ha la pesantissima responsabilità di aver portato un progetto ai limiti di un gravissimo fallimento politico. M domando: che credibilità ha questo stesso gruppo dirigente per indicare la strada di una ricostruzione? Quanto, invece, il continuare a metterci le mani non comporti il superamento di quel limite che appare così prossimo: il totale fallimento? Quale è la strada giusta, la strada maestra per riconsegnare a tante persone tradite dai nostri giochini di potere riguadagnare un briciolo di fiducia e la voglia di sperare ancora e, conseguentemente, di sentirsi impegnati per un rilancio, una ripresa? Con che faccia noi, proprio noi ci incarichiamo di raccogliere i cocci e tentare d rimetterli insieme? Come può questa classe dirigente, che ha sostanzialmente impedito che una nuova classe dirigente si formasse in questi anni assumersi la responsabilità di tornare a caricare le stesse medesime persone di un potere così enorme e indisponibile com'è la speranza collettiva verso il compimento di progetti e di ideali così attesi e non solo dalla nostra parte politica?
Spero che in queste ore prevalga in tutti, sia nei diretti responsabili di questa situazione sia in molti di noi/voi che ne siamo/siete stati involontari spettatori, un colpo di coda in termini di ragionevolezza, lungimiranza, tolleranza. Vorrei che il gruppo dirigente (di cui nel mio piccolo faccio comunque parte) invece di proseguire in un indecente spettacolo di guerre, divisioni, sgambetti, improperi, interdizioni, si dotasse di una robusta dose di umiltà e, contemporaneamente, di generosità ed individuasse un percorso che ci porti gradualmente ma inequivocabilmente ed irreversibilmente ad un ricambio di attori, di guida e di proposte. Cominciando una lenta ma inesorabile marcia indietro. Cominciando da subito a dare spazio, ma con metodi diversi dal passato, con decisioni tanto immediate quanto consistenti, con attribuzioni di responsabilità reali, a coloro che per il bene del PD, della politica e del nostro Paese, dobbiamo auspicare saranno meno egoisti più responsabili e capaci di distribuire ad un popolo che li aspetta speranza, fiducia e capacità.
Io per questo mi metto a disposizione e lavorerò. Altro procurerà in me solo ulteriore disorientamento.
La cosa più indegna di queste ore è che una sola persona ha ritenuto di dover chiedere scusa per non avercela fatta: Veltroni. E' quella faccia della politica che sagacemente riesce ad unire ipocrisia, ingenerosità, indecenza. Per questo unisco le mie parole a quelle di Veltroni nel chiedere scusa a ciascuno di Voi per aver portato il PD fino a questo punto



Speriamo ora di poter dare una mano per ridare credibilità al più grande progetto politico degli ultimi decenni

Antonio


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MAGGIORANZA TRASVERSALE PER IL RITORNO DELLE CIRCOSCRIZIONI IL 26 LA PROPOSTA ARRIVA IN CONSIGLIO

Il ritorno delle Circoscrizioni è più vicino. Giovedì 26 febbraio approderà infatti in Consiglio la proposta di modifica dello Statuto comunale che consente il ripristino delle Circoscrizioni, abolite dalla Finanziaria 2008 per le città sotto i 100mila abitanti. Martedì 24 è atteso l'ultimo passaggio in IV Commissione, l'undicesimo per un provvedimento presente nel programma elettorale del sindaco e sul quale si registra la convergenza di una maggioranza che va ben oltre quella che sostiene l'Amministrazione: Partito Democratico, Partito Socialista, Italia dei Valori, In Lista per Pisa, Sinistra Arcobaleno, Rifondazione Comunista e Udc.Si tratta degli stessi gruppi consiliari e delle stesse forze politiche che hanno promosso il dibattito dal titolo "Ripartire dalle Circoscrizioni per un Governo partecipato della città", che si è svolto alla stazione Leopolda davanti ad almeno un centinaio di persone. “Le sentinelle della città”: così il sindaco Filippeschi ha definito le Circoscrizioni, “luoghi in cui si verificano le scelte, si raccolgono le istanze dei cittadini, si seleziona la priorità degli interventi e si controlla la qualità dei servizi”. Insieme a Filippeschi sono intervenuti l'assessore regionale alla promozione della partecipazione Agostino Fragai e il consigliere Antonio Mazzeo, presidente della IV Commissione. Tutte le forze politiche e i gruppi consiliari hanno concordato sulla necessità di sanare quello che a tutti gli effetti è avvertito come un vuoto di rappresentanza, un deficit di democrazia, la mancanza di un punto di riferimento per il Governo della città, spesso sottovalutato ma essenziale. Due sono i passaggi che dal punto di vista tecnico consentiranno a Pisa di “recuperare” le Circoscrizioni: la modifica dello Statuto comunale, secondo quanto previsto dalla Finanziaria 2008, e l'integrazione dei Regolamenti comunali con la Legge regionale sulla partecipazione. Le nuove Circoscrizioni, ha precisato il sindaco alla Leopolda, saranno identiche a quelle del passato per numero e funzioni, e i Consiglieri non avranno retribuzione.


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mercoledì 18 febbraio 2009

Veltroni conferma le dimissioni ed io mi sento triste perché vedo “tramontare” l’unico progetto politico che poteva MODERNIZZARE l’Italia

Walter Veltroni ha confermato le dimissioni da segretario del Partito democratico, in seguito alla sconfitta elettorale in Sardegna. Anziché lasciarsi logorare per mesi e logorare anche il partito, Veltroni ha deciso con coraggio e dignità di lasciare. “Per molti sono io il problema”, avrebbe detto Veltroni secondo le prime ricostruzioni di queste ore convulse. Ora il PD dovrà prepararsi ad un congresso anticipato. Chi scenderà in campo? Con quali proposte?
Al momento un solo nome è certo: quello di Pier Luigi Bersani che, con straordinario tempismo, aveva annunciato pochi giorni fa la sua candidatura alla segreteria, quando le assise del partito erano però fissate per il prossimo ottobre. Quindi Bersani e il sogno socialdemocratico dalemiano. Ritorno all’Ulivo? Cosa 4? Chissà. Ma Bersani a parte, chi si farà sotto? Ci saranno solo candidati di facciata, tanto per legittimare una scelta già presa, o questa volta ci sarà una vera battaglia politica, dalla quale il Pd avrebbe tutto da guadagnare? Se Veltroni lascia, è da abbandonare anche la sua idea di PD, abbozzata ma non realizzata? Io credo di no!!! Credo che bisogna continuare a sottolineare gli aspetti fondativi del PD (tra cui le primarie come strumento di decisione, anche se con regole piu chiare) e sognare una politica nuova con un partito che sappia ascoltare la gente e dare concretezza alle idee...

Voi cosa ne pensate?


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Sono d'accordo con Matteo "Ci salviamo se il partito si svecchia"

In questi giorni tante critiche ha ricevuto Matteo Renzi e i suo rapporti con elettori di “pseudo destra”. Io credo che Matteo abbia raccolto consenso perché parla il linguaggio che la gente comprende, perché in questi anni di Presidenza della Provincia ha provato ad innovare la macchina comunale, perchè ha saputo dare concretezza a quanto presentato in campagna elettorale, perché ha avuto il coraggio di rischiare. Quel coraggio che hai reggenti del PD (ma anche a noi iscritti e amministratori) è mancato negli scorsi mesi!!!!! Io credo che il “sogno” proposto da Veltroni al Lingotto non sia defunto…ma debba essere ravvivato da forze fresche …che riescano a parlare alla gente un linguaggio nuovo.

Non abbiamo paura di dircelo…se non lo faremo il progetto finirà definitivamente. Vogliamo questo?? Io NO

Antonio

Lo sa chi mi ha convinto a rischiare tutto?». Chi? «D’Alema. Dopo l’assemblea nazionale, a cena ci prende e ci fa, con quell’aria che ha lui, ha presente, tra sfida e sfottò, "voi trenta quarantenni dite sempre che volete più spazio, no? Prendételo. Abbiate il coraggio di una lotta in campo aperto". Voleva la sfida? Eccola. Io non dico che sarò il leader nazionale del Pd, sarei stupido, ora la mia battaglia è semplicemente vincere Firenze, ridare alla città un ruolo nazionale che con Domenici non ha mai avuto. Questa vittoria dimostra però che li possiamo affrontare, loro, con le loro logiche antiche, e battere. E se l’ho fatto io possono farlo anche altri, spero che lo facciano. Basta far capire alla gente che sei fuori dagli apparati, e giocarsi tutto: se perdevo l’ho detto, sarei tornato a lavorare in azienda.

Questo è piaciuto. Ho tifato per Soru, anche se molti amici di sinistra erano delusi da lui, mi hanno detto che stavolta non l’avrebbero più votato...». Matteo Renzi, trentaquattrenne, grande tifoso viola, che ha vinto domenica notte le primarie del centrosinistra fiorentino, è estroverso, ambizioso, cosa che in Italia volentieri ti fanno pagare, specie se hai più talento degli altri. Dunque dovrà stare attento, la sua gara comincia ora. Riceverà batoste. Proveranno ad arginarlo. Ma non sempre lo prenderanno. Chi, è chiaro. La mattina dopo la vittoria in quel disastro che è il Pd libanesizzato di Firenze, è stata un susseguirsi di telefonate, figuratevi quanto felici, di tutto quell’apparato del Pd che, piuttosto che vederlo candidato sindaco, si sarebbe dato una martellata sugli zebedei. «Ore otto, preceduto da una telefonata di Gentiloni mi chiama Veltroni. Mi fa "dai Matteo, complimenti, ora lavoriamo insieme". Magari credeva che io adesso mi sarei barricato col mi gruppo... Non farò così, stia tranquillo, gliel’ho detto. Poi fa un po’ l’imbronciato per certe cose che avevo detto alle Invasioni barbariche». In sostanza: i capi del partito la smettano di evocare la lesa maestà ogni volta che qualcosa non viene deciso nelle loro stanze. «Loro» - sostantivo e aggettivo - è l’espressione che Matteo usa per marcare la sua estraneità. Che è reale ma è, anche, una trovata di marketing. «E io vengo appunto dal marketing...», sorride nel suo studio sventolando il programma, «i miei cento punti».

Indossa una camicia bianca, i pantaloni slim fit, alla sua sinistra, alla parete, una Madonna di scuola raffaellita, alla destra una foto in cui si produce in un compito baciamano a Ratzinger, sul tavolo una copia del libro che ha scritto, "Tra De Gasperi e gli U2". Ultima passione letteraria, Dave Eggers; scrittore classico più amato, Antoine de Saint-Exupéry («ma non "Il piccolo principe", non sia mai, lo scriva; "Terra degli uomini"»); ultimo film visto, a San Valentino, The Millionaire. Renzi è sposato e ha tre figli. E’ cattolico, il suo mito è De Gasperi, ma sul testamento biologico può anche citare Andreotti: «La sua intervista alla Stampa conteneva la posizione più giusta, lasciare una possibilità di scelta. Napolitano ha fatto benissimo a non firmare il decreto. Io che farei se mi capitasse? Uff... che sofferenza solo pensarci... Certo non mi piacerebbe interrompere il cibo e far morire così una persona, a quel punto meglio farle un’iniezione. Ma sono materie su cui non può valere un’ortodossia di partito. E sa perché cito Andreotti? La Dc in fondo era più laica del Pd». E però il Pd alle cozze di Firenze, paradosso, potrebbe essere un’occasione. «Questa città avrebbe bisogno di tre cose, innanzitutto di esser riordinata, rimessa a lucido, quanto sarebbe bello ridare ai fiorentini le Cascine, il nostro parco più bello. Poi bisogna puntare sullo sviluppo, è vero, abbiamo l’eccellenza General Electric, ma la città langue, va rilanciata. La Cassa di risparmio è entrata in San Paolo Intesa, la Banca Toscana chiude e i dipendenti verranno presi dal Nonte dei Paschi...».

Renzi è stato discretamente sostenuto da uomini come Wanda Ferragamo, Bona Frescobaldi, Stefano Ricci. «E m’hanno dato del destro, del berlusconiano. Siamo a questo, nella sinistra di Firenze». La cultura sia anche un po’ paracula. «Nel 2004 per i 500 anni del David l’unica cosa che ha saputo fare Domenici è stato un convegno. Nel 2012 ci sarà l’anniversario della morte di Vespucci. Firenze è la città più americana d’Italia, ha 32 università Usa, più di Londra, più di Parigi. Perché non fare un grande anno americano? Voglio portare Obama in città a celebrarlo. Lui e Michelle hanno nominato una sola città italiana, Firenze». Altro caso-non caso: un suo grande sponsor è stato Paolo Fresco, l’ha introdotto agli ambienti americani della città. Domenici? «Sulla sua onestà personale scommetto. Ma il suo secondo mandato è stato deludente. Cioni? Io credo che dall’inchiesta su Castello non verrà fuori niente su di lui. Vedremo». Sì, vedremo anche se i tanti Crono del Pd lo inghiottiranno; Renzi ha dalla sua financo la forza della preghiera e, al piano terra del palazzo della Provincia di Firenze, l’aiuto della Madonna del Cardellino di Raffaello, che finora ha posato su di lui materno sguardo. «L’avevo pregata, però».


Tratto dalla Stampa del 17/02/09


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martedì 17 febbraio 2009

Iniziativa sulle circoscrizioni mercoledì 18 febbraio ore 21.00 stazione leopolda.‏

Vi invito ad un importante momento di dibattito dal titolo:
PARTIRE DALLE CIRCOSCRIZIONI PER UN GOVERNO PARTECIPATO

L'incontro, che segna l'inizio di un importante percorso amministrativoverso un concetto piu largo ed innovativo di partecipazione attiva, avrà luogo MERCOLEDI 18 Febbraio ore 21 alla LEOPOLDA.
Spero di potervi incontrare in tanti

Un salutone

Antonio


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lunedì 16 febbraio 2009

La vita tra decisione e limite

Continua il ciclo di formazione politica del PD Unione Comunale di Pisa

Questo sabato 21 febbraio, rifletteremo su un tema di attualità e molto dibattuto, i diritti civili e in particolare il testamento biologico. Quali sono i concetti e le parole chiave e come affrontare la questione? Ne parleremo col prof. Stefano Ceccanti, Senatore, Ordinario di Diritto pubblico comparato all'Università La Sapienza di Roma.

Sabato 21 febbraio ore 11 - Via Fratti 9, Pisa


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Politica e comunicazione

Nel primo incontro del ciclo di formazione politica del PD pisano abbiamo parlato dei rapporti tra politica e comunicazione. Abbiamo chiesto al prof. Fabris qual'è l’importanza della comunicazione nella sfera politica e come fare una buona comunicazione. Ve ne propongo una breve sintesi rimandandovi alla bibliografia per gli approfondimenti.

Importanza e significato della comunicazione politica - Se c’è una lezione che dobbiamo imparare dagli ultimi anni di vicende politiche nazionali è che in una democrazia sviluppata come quella italiana la vittoria elettorale e la bontà delle scelte intraprese non sono sufficienti a governare bene. Bisogna imparare a comunicare con efficacia ai cittadini i significati delle proprie posizioni politiche: costruire la leadership culturale nel Paese è un elemento necessario all’efficacia dell’azione politica. Governare ma perdere la sfida della comunicazione, vincere senza convincere, rende meno efficaci le misure che si intraprendono per cambiare e migliorare l’Italia.

Il primato delle idee - Quando riflettiamo sulla comunicazione spesso sbagliamo pensando che sia solo una tecnica, e in quanto tecnica applicabile a qualsiasi contenuto. Prima di tutto dobbiamo avere chiaro “cosa dire” e solo dopo affrontare il problema del “come dire”. La comunicazione è gerarchicamente inferiore alla politica.

Quali sono allora i principi su cui basare la nostra comunicazione politica, una comunicazione che sia intesa come mezzo e che avvenga secondo un’etica? Come comunicare il vero con il vero? Il prof. Fabris individua tre punti fondamentali: il rispetto per le persone, per la verità e per le nostre idee.
Rispetto per le persone: gli elettori sono cittadini, non clienti su cui utilizzare tutte le immaginabili strategie di marketing, ma soggetti di diritti e di doveri che partecipano alle scelte politiche. In questa prospettiva la comunicazione svolge una funzione civile di dibattito a doppio senso, dall’alto verso il basso e viceversa.
Rispetto per la verità: la comunicazione politica come ogni forma di comunicazione ha i suoi tempi e in questo caso sono estremamente particolari perché la comunicazione politica è costruzione di fiducia. Non da concentrare tutta nell’ultimo mese prima delle elezioni, ma da sviluppare giorno per giorno, con sincerità. Solo così la comunicazione è strumento di dialogo effettivo, solo così è possibile costruire la fiducia reciproca tra politici e cittadini.
Rispetto per le nostre idee: in altra forma un concetto già ribadito in precedenza, credere in quello che si dice è il più importante ingrediente non verbale della comunicazione.

Bibliografia, alcuni consigli di lettura.
-Per farsi un’idea per cosa si intende per comunicazione politica e come il concetto è cambiato negli anni consiglio la voce “Comunicazione politica” de Il Dizionario di Politica, autori N.Bobbio, N.Matteucci, G.Pasquino. edito da UTET. Più in generale consiglio questo volume per chi vuole migliorare l’uso della propria terminologia politica, un libro che è un efficace strumento per fugare dubbi e incertezze sulle definizioni dei concetti politici.
-Per approfondire su perché e come comunicare bene, non posso che consigliare il libro del prof. Fabris: Etica della comunicazione, edito da Carocci.
-Infine per comprendere la non neutralità del contesto in cui ci si muove quando si comunica e l’importanza dell’utilizzo ragionato di alcune parole chiave consiglio il libro di George Lakoff: Non pensare all’elefante, edizione Fusi orari, i libri di Internazionale


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sabato 14 febbraio 2009

Il futuro di Israele legato ad un Governo di unità nazionale

Le recenti elezioni per il rinnovo della Knesset hanno portato ad una situazione abbastanza confusa, in cui non sarà facile trovare un punto di equilibrio che consenta la stabilità necessaria per governare il paese. Nessun Partito è infatti riuscito a vincere con un margine di scarto tale da poter avere una maggioranza forte in Parlamento e le formazioni rappresentanti delle minoranze nazionaliste del paese hanno ottenuto risultati importanti se messi a confronto con quelli ottenuti da Kadima e dal Likud. Nessun vincitore, quindi, ma un solo grande sconfitto: il Partito Laburista guidato da Ehud Barak, relegato al quarto posto e sorpassato dalla formazione di estrema destra Israel Beitenu. Il Partito guidato da Avigdor Lieberman, presentatosi con un programma dai toni estremisti ed anti-arabi, potrebbe essere in grado di rompere gli equilibri politici nel paese.
Non sarà facile per il Presidente Shimon Peres decidere chi, tra Tzipi Livni e Benjamin Nethanyau, avrà l’incarico di formare il prossimo Governo. La situazione appare ancora incerta ma sembra farsi sempre più insistente nelle ultime ore la notizia che il leader del Likud sarebbe in vantaggio rispetto al Ministro degli Esteri uscente perché in grado di formare una coalizione che potrebbe contare su 61 seggi alla Knesset, necessari per poter ottenere il voto di fiducia del Parlamento.
Mentre le linee di politica estera di un’eventuale esecutivo guidato da Tzipi Livni possono immaginarsi fin d’ora come naturale proseguimento di quelle mantenute nel corso degli ultimi anni, rimangono tutte da valutare le posizioni di un Governo guidato da Nethanyau e sostenuto dalle formazioni di estrema destra o nazionaliste. Le affermazioni del capo negoziatore palestinese Saeb Erekat, secondo cui i risultati elettorali mostrerebbero la volontà degli israeliani di favorire una paralisi dei rapporti, sono da leggersi come un primo campanello d’allarme rispetto alla possibilità che il processo di pace possa naufragare come già successo in passato. Neanche le dichiarazioni di Shimon Peres, che ha sottolineato come il prossimo esecutivo non dovrà bloccare le trattative con i palestinesi, sembrano quindi poter garantire un futuro certo per i negoziati tra i due Governi. La scelta del prossimo premier sarà fondamentale non solo per ridefinire i rapporti di forza politici all’interno di Israele ma ancor più per determinare le posizioni future rispetto alle questioni riguardanti la sicurezza nazionale e gli equilibri regionali. La formazione di un Governo di unità nazionale, composto da Kadima e Likud, sembra costituire al momento l’unica possibilità per mantenere aperto un canale negoziale credibile e duraturo. Non è quindi da escludersi la possibilità che i due candidati decidano di unire i seggi raccolti nelle ultime elezioni per poter formare una maggioranza solida ed in grado di sfidare anche le scelte più impopolari, utili però per raggiungere un accordo di pace che possa metter fine alle ostilità con il Governo palestinese.


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venerdì 13 febbraio 2009

Toscana: l'impegno della Regione sul tema della sicurezza stradale‏

Pubblico volentieri la seguente email ricevuta da Federico Gelli, che condivido pienamente.

Voi cosa ne pensate?

Antonio


Cara amica, caro amico,

qui di seguito troverai il testo dell’intervento che ho fatto nei giorni scorsi a Siena in occasione della conferenza stampa di presentazione del progetto “La strada – tra passione e sicurezza”. Pur citando molti dati, credo che l’intervento dia un contributo su un problema che colpisce in modo preoccupante anche la nostra regione.

Cordialmente,
Federico

Toscana: l’impegno della Regione sul tema della sicurezza stradale

Gli incidenti stradali provocano ogni anno in Italia, secondo i dati del Ministero della salute, circa 8.000 decessi (2% del totale), circa 170.000 ricoveri ospedalieri e 600.000 prestazioni di pronto soccorso non seguite da ricovero; rappresentano inoltre la prima causa di morte tra i maschi sotto i 40 anni. Il gran numero di persone che subiscono lesioni, più o meno gravi, in seguito ad incidenti stradali costituiscono la prova che, anche in termini di costi sociali legati all’assistenza e alla riabilitazione, ci troviamo di fronte ad una “emergenza” non trascurabile.

Secondo il Rapporto 2008 sulla sicurezza della Regione Toscana cresce il numero complessivo degli incidenti e dopo dieci anni supera la soglia dei 20 mila all'anno; aumentano sensibilmente anche i feriti, e non erano mai stati così tanti dal 1998 a oggi; soprattutto, per la prima volta, si inverte la tendenza a una minore gravità complessiva degli incidenti: sulle strade toscane, insomma, si muore di più.

Sono i dati, fortemente preoccupanti. Dati che più ancora che in passato devono spingerci a fare della sicurezza stradale una vera e propria priorità da affrontare con tutte le risorse e le competenze che possiamo mettere in campo. Con la consapevolezza che i risultati su questo terreno non si raggiungeranno solo con i controlli e le sanzioni, oppure con gli investimenti infrastrutturali, ma anche con la prevenzione dei comportamenti a rischio e con una diversa cultura dell’attenzione per la propria integrità fisica e psichica.

Considerando il numero degli incidenti in relazione ai veicoli circolanti, la Toscana si colloca nelle posizioni più alte tra le regioni italiane: il quoziente in Toscana, superiore a quello medio nazionale, è inferiore solo a quello di Liguria, Emilia Romagna e Lazio.

Aumentano i dati sugli incidenti stradali in Toscana, ma cresce anche l'impegno degli enti locali toscani per garantire maggiore sicurezza a pedoni, ciclisti, automobilisti. E se su questo terreno sono senz'altro fondamentali gli investimenti infrastrutturali, per esempio per la realizzazione di piste ciclabili o di attraversamenti pedonali, un buon indicatore dell'impegno della Toscana è rappresentato dalle richieste di contributo che le amministrazioni comunali indirizzano alla Regione nell'ambito delle generali politiche sulla sicurezza.

Ebbene ogni anno una percentuale variabile ma sempre compresa tra il 55 e il 60 per cento riguarda progetti relativi alle polizie municipali. Analoghe percentuali all'interno di quest'ultimi progetti si hanno per le iniziative specificamente dedicate proprio alla sicurezza stradale. I finanziamenti vengono chiesti, ad esempio, per l'acquisto e l'installazione di misuratori di velocità o di semafori “intelligenti”, per il potenziamento di controlli mirati di polizia stradale, per l'attivazione di corsi di educazione stradale nell'ambito anche delle attività sulla legalità nelle varie scuole toscane, oppure per l'organizzazione di corsi per il cosiddetto patentino per la guida dei ciclomotori o per la costruzione di vere e proprie campagne di comunicazione sui comportamenti a rischio.

Gli incidenti stradali sono la principale causa di morte tra i 5 e i 29 anni e, secondo una indagine dell'Istituto superiore di sanità circa 3 giovani su 4 conoscono coetanei deceduti in seguito a incidenti stradali. Malgrado tutto comportamenti a rischio e imprudenze rimangono particolarmente diffusi proprio tra i guidatori più inesperti. Dalle ricerche effettuate emerge una costante sottovalutazione dei pericoli della strada. A Bergamo e a Brescia, per esempio, uno studente su quattro ha dichiarato di non aver alcun problema a far guidare un amico ubriaco all'uscita della discoteca. Eppure sono proprio situazioni come queste che più facilmente sfociano in tragedia, complici l'alcol, le droghe, la stanchezza, l'irresponsabilità. Non è un caso che nelle notti di venerdì e sabato si registri il 44% degli incidenti rilevati nelle ore notturne dell'intera settimana, con un indice di mortalità doppio rispetto alla media. Durante le notte del fine settimana, insomma, in Italia si ha un morto in incidente stradale ogni 75 minuti, benché in quelle fasce orarie si concentri solo il 4% del traffico. Dati impressionanti, che in Toscana hanno indotto il governo regionale a inserire l'educazione stradale anche nelle iniziative scolastiche dedicate alla cultura della legalità.

Migliorare la sicurezza stradale significa innanzitutto migliorare le strade. La Regione Toscana, nell'ambito dei programmi attuativi del Piano nazionale della sicurezza stradale, ha investito 52 milioni di euro per finanziare 103 progetti in parte già realizzati. Inoltre, ha investito 1 miliardo e 100 milioni di euro per migliorare e adeguare la viabilità regionale: 146 sono gli interventi programmati di cui 79 già appaltati e 33 conclusi. Tra questi, vanno inseriti anche gli interventi per la Fi-Pi-Li per la quale sono stati destinati 150 milioni di euro. Siamo inoltre impegnati per incidere sul comportamento umano tramite campagne educative e di sensibilizzazione soprattutto dei più giovani.



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martedì 10 febbraio 2009

Geofor: evitare posizioni strumentali e lavorare insieme per valorizzare l'azienda

Ecco l’articolo sulla questione GEOFOR pubblicato nella edizione odierna della Nazione, a mia firma.

Antonio

Caro Direttore,
in questi ultimi giorni si sono lette diverse inesattezze sulla situazione attuale di Geofor e sul suo futuro. Per dovere di cronaca, e per evitare che il dibattito diventi fuorviante per la cittadinanza vorrei segnalare che la scorsa settimana in Consiglio Comunale ha avuto inizio una articolata discussione che proseguirà nelle prossime settimane nelle Commissioni Consiliari Permanenti di competenza (e non come riportato nelle Commissioni di Controllo e Garanzia che hanno altre funzioni), per analizzare in maniera integrata gli ordini del giorno presentati da diversi gruppi consiliari. Questo percorso consiliare non dovrebbe “guardare al passato” ma fornire proposte di indirizzo strategiche al management aziendale tese a valorizzare la società e presentare alla città una azienda più sana ed efficiente, pronta ad affrontare la gara di ATO Toscana Costa per la gestione del ciclo integrato dei rifiuti.

Ci piacerebbe che il dibattito, almeno nella nostra (IV) Commissione di competenza, seguisse il percorso che tante altre volte (vedi Bilancio, Sicurezza, etc) ha visto lavorare insieme maggioranza e minoranze non in maniera strumentale ma con l’obiettivo di offrire una città più pulita attraverso la tutela del diritto al lavoro (con i salari adeguati al contratto nazionale di settore) , senza “fare sconti” sulla qualità del servizio e sulla capacità degli Amminitratori di “guidare” l’azienda .
Come gruppo consiliare del Partito Democratico crediamo che per raggiungere questi obiettivi, che devono essere misurati in maniera più oggettiva, sia necessario:
-un salto di qualità nell’organizzazione della società, nella gestione dei servizi e nel recupero degli squilibri della dotazione impiantistica, verso un migliore equilibrio economico, per la realizzazione del Piano Industriale;
- non disperdere le professionalità che compongono l’azienda, ma motivarle maggiormente;
- spingere gli interventi per l’efficientamento nella gestione del servizio, poiché le inefficienze, rilevate dal Consiglio di Amministrazione dell’azienda all’atto della presentazione del Piano Industriale, possono comportare scarsa qualità del servizio ed extracosti: entrambi fattori sensibili per i fruitori dei servizi.
- accelerare sulla strada dell’efficientamento in ordine al controllo sui servizi;
- arricchire il Piano Industriale di obiettivi da conseguire, del monitoraggio delle azioni che si intraprendono e degli strumenti che si utilizzano, di quantificazioni di ordine economico e produttivo, di tempi di realizzazione. E’ su un piano dettagliato che si deve riprendere il confronto e, una volta approvato con gli aggiornamenti necessari, anche in ordine alla preparazione della gara per la gestione del servizio per l’ATO Toscana Costa, ed è sulla realizzazione dello stesso che si misurerà la capacità gestionale del consiglio di amministrazione.
-realizzare le misure di razionalizzazione nell’impiego del personale già annunciate o parzialmente realizzate, quali l’unificazione delle officine e delle stazioni di selezione, verificandone la resa effettiva rispetto agli obiettivi proposti di efficienza, di riequilibrio dei costi di produzione e di efficacia dei servizi.
Il nostro impegno, nelle prossime settimane, sarà quindi quello di fornire alla città una azienda pronta alle sfide di un mercato in rapida evoluzione, che sappia offrire una qualità del servizio ottimale (nelle ultime settimane la città è oggettivamente più pulita) ai costi minori per i cittadini (che non possono essere ottenuti solo attraverso riduzioni dei salari dei dipendenti) e non di continuare in sterili discussioni sul passato.

Antonio Mazzeo - Presidente IV Commissione Consiliare Permanente
Ranieri Del Torto – Capogruppo Partito Democratico


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giovedì 5 febbraio 2009

La legge è manifestazione di servizio

L’insegnamento di Pierluigi Vigna alla presentazione del libro “La legge e il sorriso” del vice-presidente della Toscana Federico Gelli.

di Fabio Vitucci

“Legge e sorriso vanno d’accordo quando ad amministrare la legge non sono burocrati ottusi, ma uomini pervasi da un forte senso di umanità; quando la legge non è manifestazione di potere, ma di servizio” – queste le parole più significative del procuratore Pierluigi Vigna, intervenuto a Pisa nell’ambito della presentazione del libro “La legge e il sorriso”, scritto dal vice-presidente della Regione Toscana Federico Gelli. Nella splendida cornice del Palazzo del Consorzio di Bonifica, la serata ha visto la partecipazione di tanti ospiti illustri (nonostante l’assenza per influenza di Rita Borsellino) e un’affluenza di pubblico che ha sorpreso gli stessi organizzatori. Il tema principale dell’incontro è stato “Legge e legalità”, sviscerato accuratamente e in tutti gli aspetti di più recente interesse da Federico Gelli nel suo libro-intervista realizzato in collaborazione col giornalista Paolo Ciampi.

“Oggi siamo avvolti da una rete di incertezze – esordisce Pierluigi Vigna, ex-procuratore nazionale antimafia – dall’immigrazione alla crisi economica, dal lavoro all’incertezza alimentare e sanitaria. Il rispetto della legge e la cultura della legalità sono fondamentali proprio in questi momenti difficili”. E qui si inserisce il lavoro di Federico Gelli, che esamina tanti aspetti critici della vita giuridica italiana, dagli incidenti sul lavoro all’immigrazione, dagli appalti agli incidenti stradali, dal degrado pubblico alla vita notturna. Ma soprattutto emerge il grande lavoro di Federico Gelli a favore della cultura della legalità, che deve avvicinare e non allontanare i cittadini dalla legge. Da ciò scaturiscono diversi progetti, dalla “Festa della Legalità” alle “Città Sicure e Amiche” fino ai “Campi di Solidarietà” nelle terre confiscate alle Mafia in Calabria e Sicilia. Un’esperienza quest’ultima che ha visto protagonisti anche tanti ragazzi di altre regioni italiane, che hanno voluto manifestare così la loro solidarietà e il loro incoraggiamento a chi vive dove la legalità fa ancora fatica ad emergere. “Ma anche lì qualcosa sta cambiando - sottolinea Vigna – come dimostra la Confindustria siciliana che espelle chi paga il pizzo, 5 anni senza imposte per i negozianti che denunciano le estorsioni, o ancora il regolamento anti-mafia per le amministrazioni pubbliche”. “E soprattutto il cambiamento è testimoniato e stimolato da tanti ragazzi che hanno finalmente capito che la Legge non è matrigna - conclude Federico Gelli - ma strumento di qualsiasi società democratica”.


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lunedì 2 febbraio 2009

Seminatio di studio sulle Autonomie Locali

Seminario di Studio: “La Carta Europea delle Autonomie Locali“
“Carta Europea della Democrazia Regionale”


Pisa - Palazzo Gambacorti, Sala delle Baleari, 2 febbraio 2009, ore 15,30


Presiede: Titina Maccioni - Presidente del Consiglio Comune di Pisa

Saluti: Patrizia Dini - Segretaria A.I.C.C.R.E. Toscana

Intervengono:
Fabio Pellegrini - vice Presidente Nazionale A.I.C.C.R.E.
Marcello Di Filippo – Università di Pisa
Antonio Mazzeo – Presidente IVa Commissione Cons. Permanente Comune di Pisa


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domenica 1 febbraio 2009

Obama: la svolta ambientale degli States parla al mondo

La presidenza Obama parte: fondi alle ong pro aborto, Guantanamo, limiti alle azioni dei lobbisti, piano di ritiro dall’Iraq, auto ecologiche, aperture al mondo arabo, provvedimenti economici. Tutti questi costituiscono segnali forti, atti simbolici, lanciati per comunicare la nuova agenda improntata ad una netta inversione di rotta. Messaggi che sono sostanza e che si impongono, come ha scritto Vittorio Zucconi su Repubblica, “con l’occupazione quotidiana dello spazio informativo” per dimostrare che, nella nostra epoca, contano di più i primi 10 giorni di governo dei fatidici 100.

Va in questa direzione anche il cambio di passo sul global warming che ha una matrice di fondo tutt’altro che esclusivamente ambientale: ispirato alla geopolitica, agli orizzonti di lungo periodo e al rafforzamento del sistema produttivo nazionale lanciando alle aziende una sfida innovativa tanto interna quanto globale.
Le scelte sono dettate, come esplicitato nel nuovo sito della White House, dalla necessità di risparmiare in 10 anni il petrolio importato abitualmente dal Medioriente e dal Venezuela, ridurre le emissioni clima alteranti dell’80% entro il 2050 e fare sì che le nuove auto siano costruite in America.
Per questo è stato anzitutto dato il via libera al testo che autorizza la California e altri 13 stati a derogare dalle prescrizioni federali sull'inquinamento automobilistico, dotandosi di disposizioni più stringenti in materia di emissioni; una deciso cambio di rotta basato su una convergenza bipartisan con il repubblicano Schwarzenegger.
Un intervento effettuato in un settore nel quale Obama è dotato di immediati poteri esecutivi anche se resta aperta la necessità di definire standard nazionali unici per evitare che i diversi stati procedano in ordine sparso. Per questo Obama ha dato istruzione al Dipartimento dei Trasporti di definire entro marzo gli standard di efficienza dei carburanti che entreranno in vigore nel 2011 per le auto costruite tra il 2011 e il 2015.

La nuova Presidenza si segnala anche per perseguire in maniera sempre più concreta un accordo globale alla Conferenza di Copenaghen sul clima di dicembre 2009. Tra l’altro a queste mosse va aggiunta la nomina di Todd Stern, già negoziatore americano nel 1997 a Kyoto durante la presidenza Clinton-Gore, a inviato speciale per il cambiamento climatico. Per noi sorge naturale una domanda: il nostro governo come si muoverà davanti a questo mutato scenario?

Antonio


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